varia sopravvivenza

poca pretesa, molta resa. sopravvivenza assortita in pratiche monodosi confezionate in atmosfera biologicamente modificata.

Sign for FUORI CUFFARO DALLA VIGILANZA RAI.NOI DICIAMO NO!!!!!

Chi sono

Utente: radiobeba
Nome: roberta
sono uno sguardo curioso, due mani forti, una testa ballerina ed un cuore fatto a strati, come le cipolle. ------------------------ questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. non sono nemmeno del tutto sicura rappresenti me stessa per come sono davvero, probabilmente lo sforzo di autocompiacimento non è sufficente ad arginare la straripante personalità dei miei arguti scritti, che dovrebbe nelle intenzioni emergere con un implacabile misto di autoironia ed ottimismo forzato. in quanto alla periodicità, diciamo pure che va a raglio, o a tiramenti che è anche parola più consona: le testate giornalistiche hanno una tiratura, la sottoscritta ha un tiramento, ed allora vien quassù che si sfoga, mette in ordine i pensieri e qualche volta vi trova un bandolo.
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sabato, 20 giugno 2009

 

Out of order

Premessa: ho letto un sacco di libri d'autocoscenza femminile, e mi conosco abbastanza per sapere che non esiste nulla di più autodistruttivo dei sensi di colpa. E siccome che sono sgamata, so pure che sulla strumentalizzazione di detti sensi di colpa si basa ogni tipo d'imposizione e limitazione alla libertà dell'uomo (e soprattutto della donna), dalla religione alle dittature d'ogni colore genere e dimensione, dalla più sfacciata e totalitaria fino alla più sottile e subdola quotidiana, quella che si infila nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie.
Il giogo funziona se si tiene giù la testa, e niente di meglio dei sensi di colpa ti piega la collottola e lo sguardo al basso.

Bè io in basso ci guardo soltanto per stare attenta a non inciampare nelle merde, giusto per chiarirci.

Così, pur non riuscendo a fare a meno di sentirmi in colpa per tutte le cose che non riesco a fare, per mancanza di tempo, di voglia, di energie, dimenticanza più o meno cosciente, di puro spazio mentale, so che non voglio, non posso e soprattutto non devo farmene condizionare al punto da sentirmi fallita per non essere capace di  dare tutto quello che dovrei a tutti quelli che se lo aspettano.
Colleghi, amici, familiari inclusi.
Mi si consiglia di fare un esame di coscienza, che spero sia mutuabile, visto che me l'han già detto in due e comincio a credere che abbiano ragione. Ma lo metto in coda nello scadenziario dei tarli, dopo le bollette che non sono riuscita a pagare e alle conversazioni che non sono riuscita a fare e dopo gli auguri che non sono riuscita a dire.  Lascio una casa devastata, un compagno trascurato e tutta una serie di incombenze che non hanno trovato una dimensione spazio temporale accettabile, e resteranno lì.  Riuscirò a raccattare qualcosa da infilare in valigia, a finire queste ultime ore di lavoro, a votare al ballottaggio con la solita molletta sul naso e poi via, verso due settimane di castelli di sabbia e pranzi serviti a tavola. 

E scusate se mi manca la forma, ma già è dura spremere la sostanza.

quiz della settimana: che differenza c'è tra l'escort di lusso o il giornalista col guinzaglio? 
entrambi vendono del loro, ma le prime fanno molti meno danni.   

martedì, 09 giugno 2009

Analisi illogica sull'onda dei desideri 

Ma sai quanti castelli che ci vengono, mamma? L'immaginazione non basta a contenerli, castelli alti fino al cielo amore. E magari pure un localino tipico, qualcosa come "la casa della tagliatella" oppure "il paradiso del ragù", niente di troppo pretenzioso, come nello stile locale. E poi c'è l'oceano, a Tarifa, ed i surfer e le tapas ed il tinto de verano, e gli orari polleggiati ed il clima da sud del mondo ma soprattutto non ci sono tutti questi cazzo di italiani di destra. Non ho più fiato per discutere, è una lotta impari, e mi danno ormai un senso d'oppressione fisica in cui mi viene difficile respirare -figurarsi crescere due figli, onesti e modesti per di più. Mavalà, mavalà. Meglio Tarifa, vaffanculo.   

Che poi, ci accontenteremo di Cesenatico per i castelli.
Il nostro Obama si chiama Serracchiani, può bastare per ripartire? Io credo sia un segnale importante, ma che da solo non basti. Io voglio che il pd proponga persone vere, nuove, con entusiasmo fresco e storie pulite. Io penso che il pd debba tornare a guardare alla sinistra sinistra, a dialogare con Di Pietro, coi radicali, e trovare un percorso comune di laicità. Io sospetto che siamo in tanti a volere le stesse cose, sono state dette e ripetute in ogni salsa, abbiamo chiesto implorato abbiamo sperato fino all'ultimo. Sono poche e semplici cose in fondo, a non capirle viene il sospetto che il messaggio sia volutamente ignorato.

postato da: radiobeba alle ore 21:54 | link | commenti (21)
categorie: intervallo, sopravvivenza, non sparate sul pianista
sabato, 06 giugno 2009

A testa alta

Dunque, tiriamo le fila. No perchè il periodo è turbolento, a volte ci si sente un po' accerchiati ma per fortuna c'è sempre la radio, che ogni giorno ne spara una di quelle speciali, di quelle che ti ritmano il passo e ti pompano il cuore per tutto il giorno, accompagnandoti con la loro forza vitale e positiva.
E poi c'è lo specchio, nel quale vedo i miei veri capelli ed i miei occhi belli, ed è un lusso quello di riconoscere ciò che guardo, ogni mattina ed ogni sera. testa alta
Quello che un domani, figli già grandi e circolazione a puttane, ricorderò come il mio periodo di maturo splendore, confusa consapevolezza e caviglie presentabili: una giovane donna indomita che lavora ormai da più di metà della sua vita, con già del capire ed ancora degli ideali, con una storia e con del futuro, con un amore grande come il cielo e con due bimbi belli come il sole, ed allora mi spiego un sacco di cose perchè l'invidia, si sa, è una brutta bestia.

Lo dice anche Silvio, porello, che non si rende conto di quanto appaia patetico a chi lotta tutti i giorni con dignità controvento, mentre dal suo scranno il piccolo maniaco compulsivo e volgare si circonda di una corte di zelanti schiavi, pronti a dichiarare l'indichiarabile e a smentire l'impossibile. Di quanto poco c'entri, l'invidia, tra i sentimenti delle persone pensanti, di quelli che sfidano la pigrizia per approfondire, per sapere, per difendere il discutibile privilegio di ragionare con i propri limitati ma volenterosi neuroni, invece di prenderne a prestito dai prezzolati di turno.
Ma tant'è, questo evidentemente l'Italia si merita, ed io ho come unica arma le parole, spese a voce e scritte in giro, per esprimere il mio civile dissenso: ed il voto, che spanderò il più disgiuntamente possibile, per cercare una inverosimile rappresentanza totale, tra comunali provinciali europee, avendo anche i cazzi miei a cui pensare.
Ma mai quanto ora noto che i cazzi miei e la politica hanno un sacco di cose in comune, a partire dalla totale assenza di solidarietà di genere, per arrivare alla retorica delle parole vuote davanti ai fatti.
Non mi lascio più deludere dalle persone: ho letto su un libro che lo stupido pensa sempre di partire da buone intenzioni, ed è per questo che è perioloso. Così compatisco ma poco, agisco ma tanto,  e come il cinese attendo sulla sponda del fiume, senza niente da perdere e con tutto da guadagnare.
Perchè anche se questa società ce la mette tutta a farmi sentire una cogliona -hai voluto la bicicletta ed adesso pedali, ognuno tira l'acqua al suo mulino, è una scelta tua ed ora la paghi- io so di aver semplicemente assecondato la vita, e non è un peccato di superbia voler essere mamma e donna e magari pretendere rispetto, niente di più e niente di meno. 


Ed in fondo, mai come adesso le elezioni serviranno a capire la differenza non tra diverse ideologie, tra destra sinistra, tra laici cattolici, uomini e donne, belli e brutti, buoni e cattivi, operai e padroni, e via di semplificazioni spicciole che fan comodo solo a chi comanda: ma semplicemente tra persone che provano a comportarsi bene e persone che pensano non ne valga la pena. Tra chi ha smesso di sognare e chi nei fatti cerca di affermare valori quali l'onestà, la professionalità e la buona educazione, e spera ancora che alla lunga premino -avendone a volte lietissime conferme, proprio quando uno meno se l'aspetta, proprio da chi meno te l'aspetti, proprio quando il bisogno di rinfrancarsi è quasi insopportabile.

Buon voto, e speriamo bene.  

(la foto d'apertura l'ho presa da qua. se volete rifarvi gli occhi.)
 

 

 

 

 

giovedì, 21 maggio 2009

Quello che non ricordavo è che mi piacesse tanto.

Dico proprio il lavoro in sè, la manovalanza spicciola, fatta di poche parole, sempre le stesse, scambiate con centinaia di clienti diversi, alcuni familiari altri sconosciuti: mille sfumature di voci, mille stati d'animo diversi che scivolano fuori dalla cuffia direttamente nel mio orecchio, a pochi centimetri dal cervello.
Lo sforzo di comprensione che s'ammorbidisce nel riconoscere un sorriso, dall'altra parte del cavo o del satellite o da cosa cavolo usino i cellulari per parlarsi. La scelta accurata dei termini, diversi a seconda dell'interlocutore, strumenti essenziali di comunicazione per conversazioni utilitaristiche di 20, 30 secondi in media. L'aggiunta di un avverbio, di un'intonazione, persino l’uso sapiente delle pause.
La chiosa: un buona giornata convinto alle voci assonnate. L’altrettanto a lei per i pazzi, e gli arroganti. La battuta stemperante col socio simpatico, e spesso anche con quello antipatico.
Per gli operatori come me, numeri infinitesimali nel grande triturapil, aggiungo il nome; buona giornata anche a te, Beppe –receptionist segretario impiegato assistente, zero assoluto senza al quale le grandi cifre non saprebbero neppure farsi un cappuccino, figurarsi prenotare un treno.
Coi nonni alzo la voce, non troppo per non disturbare i colleghi ed anche perché sennò con la radio il mio arrivedeeerla si sente fin sotto le due torri, e non sono cose belle.
Altre cose non belle sono quelli che chiamano dal treno in galleria, da marte, da un telefono a pedali; quelli che vogliono tutto per prima di subito, quelli che non si presentano, che non salutano, che non collaborano neppure a forza. Quando chiamano tutti assieme, quando si mangiano le parole,  quando hanno solo voglia di arrabbiarsi con qualcuno a caso.
Ma tra le tante arriva anche qualche voce affine, di quelle che riconosci anche se è la prima volta che le senti, o che ti riconoscono e ti dicono bentornata, di quelle che sembrano vicinissime anche se chiamano da lontano; che sai già diranno grazie, forse persino sorridendo, poco prima di riattaccare.

Poi diciamola tutta, era proprio ora di tornare, eh.

 
postato da: radiobeba alle ore 12:27 | link | commenti (28)
categorie: intervallo, sentire, resistere, non sparate sul pianista
giovedì, 14 maggio 2009

Inviata a Repubblica, l'Unità, la Stampa, il Corriere, il Giornale
(accettansi suggerimenti)

"Leggo allibita l'invito ad un gruppo su facebook per protestare contro la nomina di Cuffaro in vigilanza Rai.
I soliti mitomani, penso; del resto, i famigerati social network sono noti per far circolare notizie ma anche bufale, leggo i quotidiani tutti i giorni ma  proprio non ho visto nulla in proposito. Controllo: ci sono tre gruppi con lo stesso tema, ed il più sostanzioso ha già più di settemila sostenitori.
Mi dico, forse m'è sfuggito: così vado su un motore di ricerca e cerco prima tra le news, dove non c'è niente (sarà una bufala),  poi direttamente sul web, dove trovo molti blog privati che parlano di questa cosa, con toni indignatissimi, ma nessuna nota d'agenzia, nessuna testata d'informazione, neppure piccina. Alcuni di questi blog manifestano gli stessi miei dubbi, possibile che una cosa del genere sia passata totalmente sotto silenzio?
Totò Cuffaro, tengo a ricordare, è stato condannato per collaborazione mafiosa a 5 anni. Totò Cuffaro è quello che insultò Falcone, come da reperti d'annata.

In un paese che vede un personaggio come Dall'Utri in parlamento, Cuffaro in commissione di vigilanza non stupisce poi così tanto, ma sarà vero davvero?
E se è vero, come si spiega il silenzio totale dei giornali?
Così vado a cercare sul sito del parlamento, e trovo l'imbarazzante conferma: Totò Cannolo Cuffaro è effettivamente in vigilanza Rai, nel silenzio (omertoso? complice? indifferente?) dell'informazione tutta.
Ecco il link che lo prova.

Nessun trafiletto da nessuna parte. Nessun commento dall'opposizione.
Niente di niente.
Solo settemila e passa cittadini che lo vengono a sapere tramite un social network sciocchino e superficiale, nell'illusione di una democrazia partecipativa. "

Per essere la prima volta che scrivo ai giornali, avrei potuto fare di meglio: ma una volta circostanziato e limato l'incazzo rimane poco di più che qualche frase banalotta, niente di trascendentale.
Non è mica facile scrivere in nome di una fantomatica equità del sistema: ci si sente molto inutili, cretini ed anche un po' don chisciotte de noantri; avessi scritto dei problemi miei, avrei attinto a ben altre ispirazioni, ma c'è già abbastanza gente che usa i giornali per parlare dei fatti propri, è un genere inflazionato e poi non porta a nulla (nel mio caso, che per altri ha il suo bel perchè, e molto evidente)

Apro il quizzone a premi della settimana: quante e quali delle testate coinvolte daranno voce al mio angosciato dubbio? La notizia trapelerà prima o poi o resterà privilegio di pochi carbonari curiosi?
 Si accettano scommesse rigorosamente in generi di prima necessità; provole, sangiovese, salamini biscotti e semente schiette.
Io punto la ricetta del patè che non risponderà nessuno.
Se perdo, offro la scorta ragù di un mese -col parsutto, va di lusso.

Patè della Zurza: fegatini e cuori di pollo senza farsi troppo impressionare (funzionano meglio dello skifiltor per incantare i bambini irrequieti). tritare abbondante cipolla lasciandone da parte il cuoricino. Soffriggere ben bene la cipolla e poi aggiungere i fegatini ed i cuori, tagliati a pezzi sennò scoppiano con effetti coreografici fichissimi ma fastidiosi. Far brustolire il tutto più che si può, indi annaffiare con vino bianco od altro alcoolico secco, lasciar sfumare e spegnere. Una volta raffreddati, tritare (col tritaprezzemolo manuale, che sennò viene un pastone indegno) assieme al cuore della cipolla, una manciata di capperi e qualche punta d'acciuga. Aggiustare il composto così ottenuto con maionese fino ad ottenere la spalmabilità desiderata. Condividere con amici forniti di sapido pane toscano.

sabato, 09 maggio 2009

Le donne non sono quello che i giornali ci propinano

 

Le donne sono un universo che in ogni stella ha mille soli e in ogni sole mille differenti raggi di luce. Le donne hanno secoli di storia nelle vene, dietro al cervello, sopra le cosce. Una linea diretta di gravidanze ci unisce alle nostre madri, alle nostre nonne, via via indietro fino alle antiche scimmie che, per i cuccioli, hanno imparato a ragionare.
Tutto questo atavico femmineo, carnale e primitivo, deve convivere con le sovrastrutture del progresso e della cosiddetta cultura, che comprende religione convenzioni sociali politica e quant’altro. Qualcuno ha detto che il nostro velo è la taglia 42, e più cresco più mi sembra vero.
Più vedo del mondo più mi convinco che la donna libera per davvero, alla società, fa paura; altrimenti non spiego questa mania di inscatolarci in ruoli faticosi, di imprigionare il meraviglioso atavico di creatività, improvvisazione ed amore che portiamo in dote. 
Di condannarci umiliarci ed ostacolarci  proprio per le nostre doti, quelle che permettono al mondo di essere un posto piacevole e sempre nuovo: la maternità, la bellezza, la compassione.

 

La maternità, tanto iconizzata nelle Madonne, nei familyday e nei sermoni dei pulpiti politici, è nella realtà una condizione davvero poco idilliaca.
Diventare madri è aver dato retta ad un vizio, è volersi prendere un lusso, è un atto di superbia e d’incoscienza da condannare; altrimenti non si spiegano le difficoltà erculee che una madre deve affrontare per far convivere famiglia e lavoro. Sempre ad avercelo, un lavoro al quale tornare; che dover spiegare, ad un colloquio, di avere dei figli da gestire, è peggio figura che dire "sono appena uscito di galera".
Dovessimo ragionare con logica, valutando le difficoltà economiche, i diritti solo su carta e gli scarsi aiuti a disposizione, ci saremmo estinti da un pezzo.
Questa è una cosa che mi muove un incazzo da bestia, ma visti gli orari schifosi che mi aspettano tra una settimana, al mio personale secondo rientro dalla maternità, preferisco non sprecarne neppure un pochino qua sopra.

 Della bellezza si sparla davvero troppo, come se la bellezza davvero fosse un canone universale da spiattellare su di un’immagine uguale ad altre, centimetri di natiche esposti o simmetria di sorrisi plasticati, o peggio ancora divisa a pagamento, marchio di fabbrica, virtù da coltivare tra solarium e parrucchiere.
Per un’ideale distorto di bellezza ci si uccide di fame, ci si opera il volto, ci si droga di sostanze.
Vedo maschere, ormai ombre di ciò che è l’essenza personale di bellezza che ognuno di noi porta in dote, in una piega dello sguardo o in una morbidezza inaspettata.
Vedo soprattutto la bellezza spodestata dal suo ruolo poetico ed universale, sminuita in una chiassosa rappresentazione di sessualità, lontana anni luce dalla più nobile e discreta sensualità; mentre questa è fine ai sensi, la prima ha uno scopo, sempre più concreto, sempre meno alto.
Siamo allo sputtanamento totale, per dirla chiaramente.
Per ogni sciocca ragazza che vede nello spettacolo e nella politica il suo futuro, grazie a gnocca ed amicizie altolocate, ci sono migliaia di ragazze che devono scegliere se fare la cameriera o investire in un corso di specializzazione in pasticceria, se dividere una stanza con altri studenti o aspettare il ragazzo serio che ti cambia la vita, se rinunciare per sempre al sogno del pattinaggio o continuare a perderci tempo, per il puro lusso di gioire della bravura del proprio corpo.
La differenza, abissale, tra chi si limita ad apparire e chi si sforza di essere.
 
   

La compassione è quella cosa che ti fa aprire la porta davanti al bisogno. Che ti spalanca l’abbraccio verso chi ha sofferto. Che prepara cibo per chi ha fame, che versa acqua per chi ha sete, e vino per chi deve dimenticare.
La compassione è spacciata per valore cristiano, ma in realtà io penso che sia un valore intrisicamente umano, e specificatamente femminile.
Va oltre la paura, la difesa del territorio, l’egoismo della proprietà: è la vita stessa che chiama, reclama giustizia per chi soffre, accoglienza per chi non ha casa. Sulla compassione si basa il nostro vivere assieme, e senza questa forma amorevole di rispetto diventiamo peggio che animali –diventiamo cose morte, indegne di ciò che la sorte ci ha regalato. Perché nessuno dimentichi che non è un merito nascere in Italia, né una colpa nascere nell’altrove di turno da perseguire.

 

lunedì, 04 maggio 2009

Pur di non parlare sempre degli affari Suoi
 

Via Arriguzzi. Nasce strada di compenso, nel senso che il mega centro commerciale per poter costruire ha dovuto costruire strade a suo prezzo, ad uso e consumo della cittadinanza. Nella pratica, viene anche usata come carico scarico merci per l'adiacente magazzino multinazionale del bricolage, di cui pietosamente eviterò il nome limitandomi a dire che ha un'insegna verde ed un nome impronunciabile in qualsiasi lingua tranne il bolognese arcaico.
Viene percorsa dalla sottoscritta più volte al giorno, e come me da tanti avventurosi automobilisti che in questo modo sfangano semafori e traffico della vicina San Donato, sfidando ogni mattina il senso unico alternato obbligato dalla massa di furgoni, motrici e tir lì accampate in attesa dell'agognato stoccaggio.
Particolarmente esaltante è lo slalom col muletto, specie se carico di bancali pieni; la macchina rientra per evitare il frontale con l'auto proveniente dal senso opposto, e rischia l'impatto col magazziniere motorizzato: ho più volte immaginato le braccia del muletto dentro il finestrino laterale, quello dove Libero sperica i suoi "mammma il camiooot! è rosso!" o dove Ulisse dadaeggia le sue odi ai piedi.
Stamattina la fila era chilometrica, così mi sono fermata a scattare qualche foto in più per il dossier che il mio personale principio di incazzo mirato m'ha spinta a creare. Una buona parte della raccolta è già stata inviata via mail all'assessore al traffico di Bologna, e qualche cosa dev'essersi mosso visto che qualche settimana fa ho potuto ammirare ben quattro vigili urbani controllare l'ambaradan, ma dopo l'exploit niente è cambiato; ed io continuo a scattare, per non soffriggere inutilmente.
Mentre son lì che scatto, un autista mi apostrofa: non farmi foto, che io sto solo lavorando. Incazzato lui, capite? E allora gli ho spiegato che io nella mia macchinina sono almeno un po' protetta ma lui, all'impatto, stravaccherebbe sull'asfalto ed allora forse conviene soprattutto a lui che io perda prezioso tempo a fotografare le condizioni di merda in cui è costretto a lavorare, e nel frattempo è arrivato anche il magazziniere stipendiato ed ha ribadito: fotografi quel che le pare ma non la faccia che io sto solo lavorando.
Più avanti, una fila di cartelloni giganti col faccione unto di Cazzola e lo slogan a la mode: la Bologna del fare. Ed io vorrei dire, al camionista e al magazziniere e anche a Cazzola, che esistono anche il dire, baciare, lettera e testamento; che se noi tutti facessimo e basta, senza mai pensare alla vita, alla sua importanza nei suoi aspetti più elementari, avremmo una ben triste società, e nel caso specifico forse anche qualche arto in meno attaccato al corpo.
Ma non dico niente, silenziosa per definizione come ogni minoranza dev'essere, non dico neppure che mio papà era un camionista ed io ci sono vissuta anni, tra colli e puzzo di diesel, e nemmeno che a me non costa niente fare il giro più lungo, nessuno mi obbliga a passare da lì, mentre loro ci devono stare per contratto e sono stupidi, stupidi, stupidi a non capire e a rischiare la pelle per non rompere i maroni. 
 Per loro, io sono solo una sciroccata che non ha un cazzo da fare; e forse hanno pure ragione.
Ma quando certe cose te le insegnano da piccola, hai poi da faticare per diventare cattiva, eh.

 

 

 

martedì, 28 aprile 2009

Vorranno la foto col sorriso deficente
Diranno non t'incazzare che non serve a niente,
ma invece tu grida forte: la vita, contro la morte.

Ho passato una mezza vita a domare le intemperanze, a smorzare la rabbia, ad ingoiare i rospi, prima di capire che l'incazzo è salutare -e non solo, come parrebbe ovvio, per chi lo pratica. 
col broncioSe perdi la capacità di gridare, di sdegnarti, di piangere amare lacrime di frustrazione e d'impotenza, hai perso il diritto di chiedere il rispetto del limite.
Che può essere il limite della decenza, del rispetto, della legalità.
Può rappresentare la differenza tra un lavoro meritato ed uno raccomandato. Tra la possibilità di studiare come si deve e l'ignoranza. Tra una memoria condivisa ed una contraffatta. Quando il limite si sfuma, i contorni si fanno meno definiti, basta un'inesattezza non smentita a cambiare la percezione della realtà, ed il gioco è fatto: hai perso ogni diritto di incazzarti, ti sono passati sopra, come un caterpillar.
Ed arrivi persino al paradosso che non te ne importa poi più di tanto: che ti passino pure sopra coi peggio cingoli, basta che non ti sciupino la messainpiega o le scarpette belle.

Ovviamente, non voglio certo affermare che si debba vivere perennemente in ebollizione, brontolando e contestando ogni secondo; questa parte del gioco preferirei riservarmela per una serena vecchiaia arteriosclerotica, sempre che io ci arrivi. Quando il rincoglionimento assumerà un suo valore storico, per così dire, e tutto mi sarà giustificato: ma diciamolo francamente, la lamentazione continua diventa fine a se stessa, ed inutile.

Per questi ed altri motivi sono dunque diventata una teorica dell'incazzo mirato -nella pratica, ancora lo disperdo in mille rivoli d'indignazione quotidiana, peggiorata dall'inguaribile vizio di ostinarmi a leggere giornali ed uscire di casa. Ma quando si evita di spararlo a casaccio, l'incazzo diventa un ottimo generatore di energia pulita ed economica, visto che attiva una scarica adrenalinica della potenza di almeno due o tre generatori a piena funzione, che sprecare in lancio di stoviglie o invettive è peccato; meglio strappare erbacce, metaforicamente e non.
Inoltre, consente di fornire un'illusoria soluzione alla nostra rabbia; conoscere l'obiettivo è già un passo avanti rispetto al senso di impotenza e frustrazione cieca--e seimila passi avanti rispetto all'indifferenza e all'apatia di quelli sotto il caterpillar di cui sopra. ulisse dorme

E non è vero che non serve a niente: serve a me, per trovare coerenza tra i miei pensieri e le mie azioni.
E serve da esempio ai miei figli, con tutto che a Libero e Ulisse di grinta non ne manca neppure quando dormono.

Allora, eccovi qua il mio incazzo mirato di questi giorni.
Voi potete dirmi qual'è il vostro.
Poi magari una volta ogni tanto prendiamo pure la mira tutti assieme, eh?

mercoledì, 15 aprile 2009

Quel che interessa

A volte vado su gùgol nius, clicco su “i più letti” e mi diverto ad osservare cosa piace alla maggioranza; la top ten delle notizie, il desiderata delle news, lo specchio della società computerizzata. C’è di tutto, un vero zibaldone, con le stesse spiccate predominanze dell’edicola:  molta televisione, molti gossip e tette nude, molto moltissimo sport.  Ieri il primo della lista era un articolo su un rimedio per l’eiaculazione precoce (!), seguito dal bordo gara del gp, dal confessionale del gf e dal processo dell’omicidio efferato di turno (non ricordo se Perugia o Garlasco, e questo mi macera perché insomma, ci hanno talmente sfrantecato i maroni con i fidanzatini killer bellocci da averci privato anche dell’umana compassione e rispetto che è il ricordo delle vittime).contro la crisi

 Evidentemente per gùgol nius io sono una minoranza, il fidanzatino tira e se non tira quello c’è una nuova pastiglia, ed anche l'Abruzzo terremotato non entra nella top ten; passati i primi giorni di attenzione, comprensibile ma evidentemente irresistibile per le solite faine, la prima notizia cliccata riguarda una strada da intitolare alla Madonna, la cantante.

  Ed è qua che l’esercizio frivolo diventa quanto mai istruttivo;  per tutte le centinaia di migliaia di volte in cui mi scappa rabbiosa la domanda: ma come diavolo è possibile? Come è possibile che non si impari mai dagli sbagli, che non esista memoria, che non esista prudenza; come è possibile che si guardi sempre al dito e mai alla luna, che si eluda sempre il punto, che sfugga sempre quel filo così palese e sfacciato e -diciamolo pure- vergognoso che caratterizza un po' tutto il genere umano preso nel suo complesso.  

Ecco, come è possibile. Hai una finestra aperta sul mondo, e la apri per guardare dentro ad una casa in cui è rinchiusa gente che non può uscire. Poi è normale che ti scappa l’essenziale, che non trovi più un senso, che ti passa la voglia di vedere –chessò io- come fanno le case in Islanda, o cosa pensano i poeti del mondo, o quanti minuti deve bollire il latte con aceto per fare la ricotta.
Diventa normale scandalizzarsi se una trasmissione televisiva osa fare domande, criticare, cercare spiegazioni, in una situazione di emergenza e lutto nazionale.
Io la trasmissione non l’ho vista, se non a spezzoni su youtube. Ho letto qualcosa qua e là, soprattutto questa replica.
Però delle domande me ne faccio anch’io.
Piangevo leggendo dei bambini sotto le macerie abbracciati alle mamme, e intanto su radio due dall’Aquila una coppia con figli chiedeva al ruggito del coniglio (!!) dove fossero i punti di raccolta, e c'è voluto un ascoltatore delle Marche, un donatore di sangue, per dar loro una risposta ancorchè approssimativa. Su rai tre un ragazzo da un paese colpito telefonava alla trasmissione di Frizzi per urlare tutta la sua rabbia verso chi fa le case di sabbia ma vuol costuire il ponte sullo stretto, nell'imbarazzo dei conduttori subito pronti a smorzare la protesta; ed erano passate otto nove ore dal sisma. Questa gente aveva visto morire vicini e affetti e non aveva un numero verde, un ritrovo prestabilito, non aveva più neppure un ospedale dove andare. Ma non era il momento di fare polemica, ed evidentemente non lo era neppure prima, quando tutti avevano paura proprio accadesse questo. Quando le maestre portavano i bambini fuori dalla classe per lo spavento. Quando gli studenti si lamentavano della loro casa scricchiolante. Un sisma annunciato da mesi, da uno sciame sismico che sarebbe stato difficile ignorare anche senza gli allarmismi più o meno fondati di Giuliani (che magari passerà alla storia come l’inventore del metodo per prevedere i terremoti, chi lo sa, ma intanto invece che dire "ehi, magari è un'idea, verifichiamola un po' assieme", è stato denunciato e definito imbecille ed ovviamente non riceverà scuse né fondi per approfondire i suoi studi autodidatti, sarà già tanto se ritireranno la denuncia).  E nessuna contromisura già pronta, nessuna esercitazione delle autorità cittadine nella coordinazione di eventuali aiuti alla popolazione, assolutamente nessun allarme. Eppure ora si viene a sapere che la scossa delle 23.30 aveva talmente colpito la prefettura da spingere chi di dovere a farla evacuare; la popolazione è rimasta ignara, impreparata, salvo quei tanti disfattisti che si erano preparati la valigia vicino alla porta, magari con intento scaramantico. Neppure l’ospedale, che ora si viene a sapere illegale, addirittura sconosciuto al catasto, l’ospedale lesionato al punto da non solo essere inutile ai feriti del sisma, ma da dover evacuare in tutta fretta i propri malati; l’ospedale della quale costruzione, tra le tante imprese avvicendate, si è occupata anche l’Impregilo, e qua si torna al ponte sullo stretto, ed allora fare domande probabilmente ha un senso.
Ma mi dicono che neppure adesso è il momento di fare polemiche, e se non lo era prima durante e non lo è nemmeno dopo, mi domando quando sia il momento opportuno per riflettere con serietà sulle colpe, sulle responsabilità, non per giudicare ma per migliorare le cose, per fare in modo che non si ripetano, per educare la gente al controllo, per dare un senso all’abusata parola prevenzione. 

Sempre che alla gente ancora interessi.

postato da: radiobeba alle ore 12:16 | link | commenti (14)
categorie: politica, sopravvivenza, resistere, quel che rimane
sabato, 04 aprile 2009

Interlocutorio (2)
ad ascoltare mai

No guarda, non mi esprimo. Preferisco lasciar perdere, tanto siamo tutti nella stessa barca. Poi cosa vuoi che conti quello che penso io, chi comanda fa il bello ed il cattivo tempo, a prescindere di quanto questo possa dare fastidio alla gente come noi.

E invece io credo che già avere delle opinioni sia una cosa meravigliosa: vuol dire che abbiamo preso informazioni su un dato argomento, abbiamo letto una notizia o magari abbiamo visto un servizio in televisione, ed in base a ciò che ci è arrivato al cervello ci siamo creati un punto di vista -più o meno marcato, più o meno obiettivo, più o meno realistico- ma che comunque abbiamo elaborato un concetto, lo abbiamo reso nostro, abbiamo per un momento provato l'ebrezza dell'immedesimazione e abbiamo svolto il tema a titolo "ed io, io, cosa farei?". 

Della nostra opinione però generalmene non sappiamo cosa farcene, è come lo scontrino del bar che non sai per quanto tempo devi tenerti in tasca. Magari la troviamo troppo personale oppure sappiamo che si basa su informazioni di seconda mano, non siamo poi tanto certi che sia giusta al punto da aver voglia di diffonderla. Altre volte invece questa opinione è talmente radicale e convincente da sfuggire al confronto, inevitabile, che l'espressione al mondo esterno comporta.

Io sono innamorata del termine "opinabile". Adoro l'idea che qualunque opionione, più o meno salda, possa essere confutata, partecipando ad uno scambio che comunemente chiamiamo "dialogo" e che consente alle idee di prendere aria, di librarsi oltre i confini dei nostri provati neurini per veleggiare verso altri lidi, dove potranno imparare cose nuove e prendere qualche buona abitudine. Ci sono opinioni che si ammorbidiscono, si sfumano, nell'esercizio mai sterile della mediazione; altre invece escono rafforzate dal confronto, come se lo scontro desse nuovo vigore ad una convinzione radicata.

Ora che ci penso, è proprio per questo che ho aperto il blog, tre anni e mezzo fa.
E allora vi chiedo un favore, a voi che passate di qua ogni tanto e leggete i miei deliri, le mie disavventure, i miei tesori: lasciate una vostra considerazione, di carattere generale o personale, va bene anche usata, basta che sia opinabile.
Che delle certezze comincio ad essere un po' stufa.

 

 


postato da: radiobeba alle ore 20:59 | link | commenti (21)
categorie: deliri, spray, non sparate sul pianista
domenica, 29 marzo 2009

Scaglioni, giuovinezza e cattiverie.

 

 

C’è questa offerta di Enel enrgia che viene pubblicizzata con gran clamore di superlativi assoluti: miracolosa, incredibile, convenientissima. Su giornali, radio e tivvù, è tutto un martellare di “scegli la tua taglia, e risparmierai un sacco di soldini”.
Ora, io ho questa cosa della diffidenza che un po’ è un limite ed un po’ è una risorsa, ed inoltre non ho mai brillato per intelligenza matematica, neppure ai bei tempi della scuola; sentendo puzza di carogna, sono andata a scavare.
Scopro che praticamente bisogna fare una media dei propri consumi annuali, ed in base a questo scegliere uno scaglione tariffario denominato con sforzo d’originalità Small, Medium e Large, che corrispondono rispettivamente a 100, 225 e 300 kWh mensili, ovvero 12, 28 o 44 eurini sempre mensili ( sembrano prezzi molto bassi, se ci si dimentica che paghiamo a bimestre)

L’Enel nella sua munificenza garantisce il prezzo bloccato per due anni, energia ad inflazione zero.
Ora, sorvoliamo sul fatto che l’energia non è mai costata tanto quanto ora (sembra che sia il contraccolpo del boom del petrolio di quest’estate, almeno questo è quello che mi è stato spiegato quando ho strabuzzato gli occhi davanti ai 146 dico 146 eurini dell’ultimo salasso); visto che non sono un’economista e che c’è l’incognita crisi che incasina il tutto, poniamo che il costo della materia prima bloccato ad oggi sia davvero la bazza che ci raccontano.
Però la tariffa delle meraviglie è ovviamente escluse imposte, e già quello è un colpo basso visto che rappresentano circa il 40 % dell’importo totale (paghiamo persino l’iva sulle imposte locali, la tassa sulla tassa), e che la variabile d’imposta è difficilmente scivolante verso il basso.
Ma la cosa più assurda è che, nel malaugurato caso io sfori lo scaglione designato, dovrò pagare la differenza (0,24 0,28 0,32 euro in più a kWh eccedente a seconda dello scaglione scelto, giusto per semplificare le cose). Mentre invece, se rimango più o meno abbondantemente sotto i 100 o 225 o 300 kWh preventivati, non avrei nessuno sconto o bonus da conguagliare.
Adesso io forse sarò maligna e prevenuta, ma credo che per ogni scaglione l’Enel abbia fatto i suoi conti per restarci dentro anche nel peggiore dei casi, ovvero rarissimo esemplare di cittadino con iper-controllo del contatore, che arriva sempre uno o due kWh sotto la soglia dello scaglionamento (io ad esempio rientro nella categoria di cittadini sempre oltre la soglia di scoglionamento).
In questo modo, ci guadagna e non poco quando lo scaglione viene superato, fatturando l’extra a tariffa più cara; e ci guadagna lo stesso quando il consumo rimane di molto al di sotto della soglia fatturata, incassando a prescindere per kWh non usati.
A me non pare assolutamente tutta questa gran offerta, né tutta questa gran semplificazione, anzi: mi sembra l’ennesimo contorto sistema per mettercelo nel culo col sorriso.
Anzi, per esagerare in dietrologia, temo che abbiano sparato un po’ di bollette alla cazzo per terrorizzare l’utenza, per poi fintamente rassicurarla dietro tariffe tutto compreso, compresa la fregata. Mi piacerebbe essere smentita dai fatti, se qualcuno con più competenza di me riesce a spiegarmi la convenienza lo ripagherò in lasagne ed ottimo vino dei colli bolognesi.

 

C’è anche questo congresso di partito che viene sparato ad ogni ora su ogni rete, sempre condito dei superlativi assoluti di cui sopra e presentato come l’innovazione totale, la soluzione finale, il panegirico ideale, la manna sociale.
Si mormora che siano state assunte comparse, previo canonico casting effettuato con criterio simile a quello con cui vengono impostate le televendite, per ben figurare nelle primissime file nel primo giorno del congresso: invece della solita accozzaglia di politicanti da salotto televisivo, o della varietà fisiologica dei sostenitori di partito, s’è voluto mandare un messaggio di uniforme giovinezza e piacenza e idolatrìa. L’ideologia fondante è comunque la stessa, soldi & gnocca, quindi non c’è neppure conflitto etico.   A me, che chiamo le ronde squadre, la lotta all’immigrazione razzismo ed il cerone cerone, tutto questo suona latta, suona propaganda, massimalismo basato sull’estetica, ennesimo trionfo della finzione sulla realtà.  
Che dire, beato chi ci crede, ci avrà il suo tornaconto ci avrà.
Io preferisco immedesimarmi in ben altri
giuovani.

 

C’è anche questa legge in corso d’approvazione, che è talmente illiberale ed immorale da non lasciare spazio per altro che non sia incazzo. Visto che il bancomat si è arreso e che la coop non regala nulla, mi chiedo se devo sperare nel coma  per potermi garantire idratazione e nutrizione forzata, o se la dignità della vita ha un senso anche quando sono cosciente. Dite che la doppio malto nella flebo me la mettono? Io sono diffidente e negata in matematica e populista e pure cazzona, difetto più difetto meno aggiungo anche cattiva, per potermi sentire in pieno diritto di augurare a Quagliarello ed ai suoi “amici della vita” tutto quello che ora temo per me e per i miei cari, senza tema di sembrar vendicativa o giustizialista.
Se ci fosse stata questa legge, il medico che curava nostro padre avrebbe dovuto idratarlo nonostante nel tumore ai polmoni sia una terapia controindicata, che velocizza l'agonia rendendola più dolorosa.
Io mi domando se questa gente, che blatera di vita con la più tronfia supponenza, si soffermi per anche solo un attimo a pensare alle conseguenze delle loro cazzate demagogiche ed opportuniste.
 


 

postato da: radiobeba alle ore 13:56 | link | commenti (20)
categorie: politica, sopravvivenza, resistere, le grandi verità
martedì, 24 marzo 2009

Guardando dentro

Frequento tre edicole; una affettiva, una comoda ed una domenicale. Per zona, esposizione merce e tipologia di clienti sono diversissime, ma hanno tutte e tre un unico elemento comune: il prodotto più venduto, dopo i quotidiani, è la rivista programmi televisivi a basso costo. Sorrisi e canzoni è già un gradino più in alto, per capirci.
Così mi riconvinco del vero valore sovversivo, silenzioso ma potente, di una scelta che ormai risale ad anni fa, e non rimpiango certo di tenere sempre spento a prender polvere l'infernale elettrodomestico; rimane un sacco di tempo per ascoltare Guccini i Pogues e le fiabe sonore, leggere libri meravigliosi come Kammerspiel (grazie Yban!) o polpettoni vampir adolescenziali come Twilight (grazie Robbipiccola!) o fantascienza filosofica tipo The postman (grazie bancarella di libri a 2 euro di piazza venti settembre!).
Eppure a volte anche il video riserva sorprese, tipo l'altra sera, mentre sdivanavo a casa di mia madre; una trasmissione credo di Piero Angela raccontava del tesoro di Sangennaro, che di Sangennaro sapevo solo la storia del sangue, ed in mezzo agli ori ed alle pietre preziose nel tesoro c'era un preziosissimo bulbo di tulipano.
Da lì partiva un approfondimento interessantissimo sul delirio collettivo dei tulipani nell'Olanda del 1600, di come si creò un'economia basata sui fiori più rari, sulla potenzialità dei raccolti, su futures antelitteram concimati da abili affaristi. Nel momento di massimo impazzimento, un singolo bulbo venne scambiato per un intero signorile palazzo; nel frattempo la povera gente moriva di ogni tipo di male, dopo aver vissuto sguazzando nella merda per mediamente poco meno di trent'anni.

A scuola han piantato i fiori. La mitica dadaSimo mi ha riferito che Libero è rimasto affascinato: buuuulbo, dovesaràmai il bubbo? è sotto la tera -con la erre arrotata dei romani, o degli anglofili, un po' alla Rokes per intenderci. Così ieri ho preso la zappetta, e sprezzando la lombalgia ho fatto ordine in giardino per piantare porri, spinaci, zucchine ed ovviamente bulbi; abbiamo molto riso, ripassando Per fare un albero e sporcandoci fino alle mutande. Avevo  bisogno di ridere, di godere dei progressi dei miei pupi, di inorgoglirmi del loro buon carattere, di respirare la piena primavera e di contagiarmi del ciclo della vita che si rinnova -nell'umore, se non nella facciata.
A volte crescere dei figli sembra così faticoso, così soverchiante, da domandarsi come mai la razza umana non si sia ancora estinta -in fondo, è molto più semplice e conveniente coltivare tulipani, o una qualsiasi delle altre cose inutili che fanno andare avanti l'economia.
 

postato da: radiobeba alle ore 09:32 | link | commenti (14)
categorie: sentire, sopravvivenza, resistere, le grandi verità
venerdì, 13 marzo 2009

Non voglio mica la luna

Giù dalla discesa dell'ospedale Maggiore, rotola rotola una ruotina di passeggino -in cima ci sto io, con le dita sporche di nero per averla risistemata ad ogni gradino, i minuti contati per l'ultima otturazione, l'esasperazione di chi si sente il vento contro ogni tre per due. Lasciarsi andare alla commiserazione sarebbe un attimo. O all'invidia: mi sorpassano mamme superaccessoriate, fresche di parrucchiere, col tacco dodici ed il rossetto brillante. Io vado al beretta per farmi curare i denti agratis, ed al mattino infilo sempre gli stessi stivali, con le punte sbrecciate come i bimbetti che ancora s'imbalzano dappertutto; e prendo il mio telefonino scassone, che non rimane carico e non mi lascia finire una sola conversazione, per chiedere alla gentile collega se ha voglia di tirar fuori dalla cantina un altro passeggino usato, certo che vengo io a prenderlo, figurati, dimmi quando non ti disturbo.
 Poi la realtà prende il sopravvento, nella variegatezza delle mamme del nido, tutte meravigliose e bellissime e tutte diverse: i jeans dentro gli stivali o con le tennis, il cafetano pellicciato dalmata ed i veli multicolori, la tuta da ginnastica e la camicetta da ufficio, dalla bonazza alla tranquilla, dall’esotica alla tradizionale, ed io che sono un mondo a parte e mi porto probabilmente scritta addosso ogni singola piega dell’animo –perché forse, se io riesco a riconoscere la dolcezza sotto le ciglia lunghe e la fatica nelle rughine attorno agli occhi e la pazienza in una salda presa di bimbo, ecco, allora forse anche queste altre mamme tutte diverse, tutte indaffarate nei loro mondi e prese dai loro casini possono riconoscere in me la smorfia d’esasperazione sorda, o la falcata da nuova conquistata onnipotenza, o l’amorevole bacio di quando ci si ricongiunge ai figli. Insomma, mi riconcilio con le mie sfighe, che proporzionate alla dimensione cosmica di sfiga che ci circonda restano tutto sommato ben sopra la soglia di tolleranza.
Ne ho avuto la riprova andando a buttare il passeggino vecchio nel rusco, ed intenzionalmente ho scelto il bidone vicino alle case degli “stracomunitari” (cfr Rossatinta), ma solo d’impulso ho chiamato la bimbetta che, timida ma curiosa, con moccioso lercio attaccato alla gonna, subito s’è avvicinata a controllare cosa scaricassi dalla seicento scassona: senti, questo praticamente è nuovo ma ha una ruota farlocca, se tuo papà è capace di darci un’occhiata puoi usarlo per le bambole. E lei, di rimando: grazie signora, grazie tantissimo, lo uso per mio fratello altrochè bambola.
E grazie, grazie ancora signora.
Ed io che penso, macchè signora, io sono ancora una ragazza, sono una mamma è vero, bimamma anzi, ed ho un amore grande come la vita, una casa bella piena ed uno spezzatino sul fuoco, ma sono sempre la solita sfigata coi soliti casini ed il dentista della mutua ed il vento contro ogni tre per due –ma, mentre metto in moto e accendo la nostra musica per la gioia dei pupi, rifletto su quanto in realtà sia tutto relativo, come la luna, che sembra tanto lontana e invece è vicinissima, e chi l’avrebbe mai detto che a fotografarla in una notte speciale avrebbe messo su gli spicchi come un’arancia.

la luna

domenica, 01 marzo 2009

Parliamo d'altro

La lettura del giornale e le traversie erarial-economiche personali mi ispirano una parafrasi liberamente tratta dal vincitore di  sanremo, il quale a sua volta ha citato (scopiazzato?) il buon zaBaglioni: per il paese come per la sottoscritta, è il momento del gancio in mezzo al culo; quello al quale è attaccata una zavorra d'ignoranza e trascuratezza che sembra non volersi staccare mai, impedendo al destino libero di volare alto. Mica che la lombalgia dipenda da quello?!?!?
Da madre mediamente degenere, ho persino pensato di affrettare lo stacco dalla poppa per potermi drogare di antinfiammatori ed antidolorifici ed antitutto, ma il buon Ulisse ancora non ha capito che dovrebbe scegliere tra la poppa e la pappa, e per il momento opta felice per entrambe.

Come tanti altri, ho divorato la trilogia di Stieg Larsson, trovandomi al termine dell'ultimo tomo col senso di abbandono dell'amante tradito -ma come diavolo ha potuto morire a soli 52 anni? E che cosa farà adesso Lisbeth Sandler? Che io ne son certa, Stieg aveva ancora qualcosa in serbo per lei, e se l'è portato nel paradiso di fantasia, dove la storia infinita continua grazie alla fervida immaginazione di chi legge.
Comunque, in piena crisi d'astinenza, ad alta voce mi lamentavo della sorte beffarda che falcia giovani talenti ed ignora volgari vecchiacci, quando l'uomodellamiavita mi ha donato una di quelle sue perle speciali: la combinazione giallo e svezia ha uno stile preciso, prova con Henning Mankell.
Il quale ne ha scritti tantissimi, ed è ancora vivo, ed è a quanto pare quasi altrettanto bravo; ho appena finito "la quinta donna", tutto d'un fiato, e ne tracopio una paginetta che mi ha colpito.

  "Pensò a quella conversazione che non aveva voluto portare a termine. Perchè tutto era peggiorato, perchè tanta violenza? Si chiese anche perchè egli stesso fosse così restio a rispondere. Sapeva benissimo quale fosse la spiegazione. La Svezia che era stata la sua, quella dove era cresciuto, il paese che era stato costruito dalla fine della seconda guerra mondiale, non aveva delle basi così solide come avevano creduto. Le fondamenta di quella società poggiavano su una palude. Già a quei tempi, i nuovi quartieri che crescevano senza sosta erano descritti come "inumani". Come si poteva pretendere che gli esseri umani che vi abitavano potessero conservare la loro "umanità" intatta? La società si era fatta più dura. Le persone che si sentivano inutili o addiritura sgradite nel loro stesso paese finivano con il reagire in modo aggressio e sprezzante. La violenza insensata non esisteva, questo Wallander lo sapeva. Ogni violenza ha un significato per l'individuo che la pratica. Solo quando quella verità sarebbe stata accettata si sarebbe potuto sperare di far cambiare direzione allo sviluppo."

la bambolina

postato da: radiobeba alle ore 10:49 | link | commenti (21)
categorie: intervallo, sentire, sopravvivenza, quel che rimane
giovedì, 19 febbraio 2009

   Walter ciao, Walter ciao,
     Walter ciao ciao ciao.

E' una sezione di periferia, della mia periferia; che sto fotografando in lungo e in largo, con l'occhio amorevole dell'oriunda, e sapeste quanta poesia nella prospettiva sghemba di un palazzone, nella crociera colorata di centinaia di terrazzi tutti uguali e tutti diversi, nell'ergersi degli alberi tra lampioni e muri decorati a spray -troverete molto Pilastro su questo blog, prossimamente.
C'è la grata sull'insegna al neon, eredità di qualche sassaiola.
C'è una finestra chiusa, sbarrata di imposte vecchie e scolorite, una barriera fisica scardinabile con facilità -se solo ce ne fosse la volontà (e mi domando, forse, la convenienza).
Ci sono due graffiti del tipo metropolitano professional, roba tipo carta incollata al muro, da writer di ultimissima generazione.
Che rappresentano due uomini in tuta, due operai, di quelli dei quali adesso non parla più nessuno -se non quando si tratta di riempire una piazza e far lotta di numeri con le questure.
Intenti a rappezzare qualcosa di vuoto, abbandonato, conservato intatto nella forma ma sostanzialmente inaccessibile. 

pd lavori in corso

I ragazzi, più in là, giocano a pallone, o corrono verso il capolinea dell'autobus che porta verso il centro, le vetrine, le luci. Qualcuno si infila in biblioteca, a bere cioccolata calda a 35 centesimi e a farsi cazziare dalla bibliotecaria per il telefonino acceso. Un gruppetto occupa due panchine, le più lontane dai pensionati, parlano a voce alta e sono vestiti malissimo, tutti uguali. Una giovane mamma incastra il cellulare tra l'orecchio ed il velo che le avvolge la testa, così ha le mani libere per spingere un passeggino modello spaziale. Vengono da ogni parte del mondo, mescolano culture, ne trovano una comune nel consumismo, nell'immagine patinata, nel conformismo più o meno ancorato ad una tradizione familiare ancorchè televisiva.
Mi immagino Libero in mezzo a loro, tra qualche anno.
I ragazzi delle famiglie bene al pomeriggio hanno le attività sportive, i compiti, la televisione, qualcuno che li controlli, che li tenga in casa o che li porti a spasso accompagnati. I figli degli operai, delle famiglie dove si lavora entrambi, delle nuove coppie coi nonni assenti o lontani, se ne crescono in strada, ed in strada cercano portoni aperti, panchine, fumetti gratis e cioccolata calda a poco prezzo.
Quand'ero ragazza io la scelta era tra l'oratorio ed il centro giovanile; ora non c'è più neppure questo. 
 
Dice Soru che resterà in Sardegna, e ricomincerà dalle case del popolo, perchè internet va bene ma il mondo è un'altra cosa. 

Io queste sezioni le vorrei vedere aperte, e dentro trovarci qualcuno che sappia accogliere ed ascoltare i ragazzi. Che promuova iniziative di scambio tempo, di aiuto burocratico, di assistenza per le famiglie. Che organizzi corsi o concorsi o promuova feste rionali, sfide a bigliardino, gite a marzabotto. Che possieda un sito internet funzionante e seguito con forum e contributi aperti.
Io voglio un partito che posso toccare e vedere, che posso personalmente aiutare, che coinvolga direttamente il cittadino più o meno consapevole.
Dovessi plasmarmi il partito adosso, comincerei proprio da qua.

(Poi metterei la Finocchiaro ai posti di comando, Vendola Soru e Di Pietro al suo fianco, caccerei via i Rutelli e le Binetti ed aprirei ai rifondaroli non anarchici -quelli che ancora non si sono scissi sul loro stesso baricentro, ritrovandosi con una gamba in palestina ed una in israele ed i coglioni in mezzo a fare la fine della striscia di gaza (ed è ancora una tortura da poco rispetto a quello che si meriterebbero). Il manifesto del partito lo farei compilare a Travaglio, e chi non è daccordo arrivederci e grazie. E basta con questa sviolinata del centro-sinistra: torniamo a fare il partito di sinistra e basta)

lunedì, 09 febbraio 2009

Quel che rimane
(giusto perchè un domani non si dica che non ero stata chiara)

 

garùloRimane uno sputo di visceri sullo zerbino, giusto un gomitolo d'intestino; di quello che una volta era un topo garùlo e ben cicciotto d'avanzi, con assortimento completo di codino orecchie a punta e dentini aguzzi, non resta nient'altro che un tubo di cacca dopo che è passata Nespola -ed io che l'ho vista (ma soprattutto sentita) rosicchiare vi assicuro che sono spettacoli che Piero Angela si sogna.
inceneritoreDi un carrello di spesa rimane un osso per il cane, tre olive vizze in frigo, un leggero mal di testa da sangiovese, un'ordinata pila di plastica e cartone e biologico ed indifferenziato da smistare, alla fine rimane solo uno sbuffo di fumo dal lungo camino dell'inceneritore dietro casa, oltre all'ovvia eco dello sciacquone.
Di un gioco di Libero rimangono briciole, delle briciole di Libero non rimane niente -passa l'aspiraPoldo. Di una botta in testa rimane un livido, ed una nuova precauzione verso spigoli e gradini. Di una sgridata di mamma rimangono due lacrime, e poco altro. Di un brodino di verdura rimane una cacca verde, di un cicciapollopatatine rimane una cacca maròn, dei fiori nati  l'anno scorso non resta che poltiglia, ed anche le dure pigne alla fine si sfrantecano come i miei coglioni per diventare nutrimento al boschetto-siamo all'abc dello scarto, ma tutto funziona grazie a questo, lo ricordo da biologia al liceo.
Come il ciclo delle stagioni, la morte e la vita sono strettamente legate. Non esisterebbero l’una senza l’altra. Non esiste una cultura della morte, tantomeno se contrapposta ad una fantomatica cultura della vita. Lo dice la natura, lo dice il buonsenso, lo dice l'esperienza e persino la bibbia.
Non è facile conviverci, ma non c'è alternativa.  
P1000030

A volte rimane una foto, col sorriso dei giorni di festa e la luce dei giorni di sole; rimane una traccia di gomma sull'asfalto, una cartolina, un odore di tabacco o anice o soffritto -quasi mai rimane la voce, infatti basta una segreteria telefonica dimenticata attiva a fermare il sangue per un lungo attimo.
Rimane quel modo di guardare ironico nella nipote di mezzo, la vena polemica d'abitudine famigliare o magari la genetica in un paio di gambe storte. Rimangono i ricordi, le foto, le multe non pagate, e poco altro.

Vedete, io non arrivo adesso a ragionare su quel che rimane. Sono affascinata dagli angoli dove marcisce la rumenta, e penso spesso a ciò che resterà di me. Se avessi il dono della fede in una vita oltre terrena vorrei essere sepolta integra e con una cassa di ceres e libri, ma non ce l’ho e credo non l’avrò mai –se non m’han redento i figli…
Anzi, i figli forse hanno appagato quel desiderio di sopravvivere alla morte che ha angosciato tante notti, il sottile senso di panico nel realizzare che un domani, chissà quando e chissà come, toccherà pure a me. E mi hanno aiutato a chiudere quel cerchio che collega il vecchio al nuovo, che rende più umana e compassionevole anche la più straziante delle perdite.
Schiava della fiducia nel raziocinio e nella biologia, vorrei invece venire riciclata. Conservo nel portafogli il tesserino per donare gli organi, anche se temo serviranno a poco col bere ed il fumare e la passione per i dolci e i fritti. Fosse possibile mi piacerebbe fossero fatte setole di pennelli dei miei scarsi peli, scacciapensieri con le ossicine dei piedi,  e che il resto fosse dato ai maiali, per finire glorificata sotto forma di mortadella.

Soprattutto, ho ben chiaro una cosa: non voglio che di me rimanga mai un involucro, che diventi feticcio o peso per chi mi vuole bene. Io conosco molto bene il mio personale limite, che è diverso da quello degli altri, ognuno degno di rispetto: non potrei vivere senza consapevolezza, punto. E non vorrei nemmeno dover essere costretta a vivere in un corpo morto con la consapevolezza (più o meno annebbiata) delle mie condizioni. Non sopporterei di vivere così, ed ho il terrore all’idea di trovarmi imprigionata nell’impotenza, come sepolta viva. Aggiungo inoltre che, nel caso di una malattia terminale dolorosa e dall’esito certo come il tumore, lotterei fino all’ultimo e più che si può, e probabilmente farei un sacco di pazzie, ma vorrei potere avere qualcuno vicino a cui dire: aiutami, quando non ce la farò più.  
Vorrei evitare il dolore, e la perdita della dignità.
Vorrei rimanessero le mie parole, e che alle mie parole fosse dato il rispetto che mi spetta, per diritto e per umana compassione.

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solidarietà al signor Englaro, esempio di sobrietà, eroe civico, padre amorevole.

giovedì, 15 gennaio 2009

Mumble mumble
- cogito ergo bum -

Si ragionava sulle donne e sul femminismo, ed ho dovuto adottare il concetto di parità espresso da mia madre: parità non vuol dire che le donne debbano assomigliare di più agli uomini, ma viceversa.
Credo sia un'idea già sviluppata da altri, non solo per la sua (appartente) ovvietà, quanto per la dimostrazione pratica della fallibilità di ciò che abbiamo ereditato dal femminismo; una società sempre più maschile, competitiva e spietata verso i deboli -vecchi, bambini, mamme, diversi.
La parità è soprattutto condivisione di responsabilità, spartizione di umano: non vedo niente di tutto questo, mi dispiace per mia madre ma qualcosa nella loro lotta dev'essere fallito se i costi sono maggiori dei benefici. Vale nel mondo del lavoro ancora come allora in salita, fino al privatissimo senso di colpa nel prendersi quel tempo necessario per se e nient'altro.
Si era pensato di dover diventare come loro, e invece la disparità era già sbilanciata al maschile, e seguendoli si è solo peggiorata la situazione; bisognava chiedere a loro di venirci incontro, a metà strada, nel giusto equilibrio fatto di piccoli e grandi pesi SPARTITI.
Io credo che il maggior regalo che io possa fare ai miei figli, il più educativo, il più duraturo nel tempo, di maggior valore in tutti i sensi, sia quello di crescerli nell'idea che non esistono mansioni o compiti o ideali diversi a seconda del pistolino o della passerotta. Spero di riuscire a dimostrare loro nei fatti che le mutande non si materializzano pulite e piegate nel cassetto per pura magia, e che c'è maggior soddisfazione e minore fatica a collaborare nell'adempimento di ciò che contribuisce al benessere comune.
Tra le altre cose, già nei nomi abbiamo voluto instillare loro un ideale di libertà ed autonomia di pensiero e di azioni al limite dell'illimitato; che non siano schiavi di qualcuno che gli cucina un uovo al tegamino.
So già che sarà dura lottare contro il mio stesso istinto ad occuparmi di loro oltre misura, ma ho imparato  che fare la mamma è un mestiere duro, fatto di sfide a braccio di ferro per il rispetto delle regole, scontri con la propria coscenza, rimorsi assortiti e imprevedibili imprevisti; sento che è importante questa responsabilità di crescere due Uomini un po' meno maschi.
Perchè diciamocelo chiaro e tondo, le mamme portano sulle spalle tutte le colpe del mondo. 

è dura ma passerà
villanova di castenaso, via flli cairoli. c'è da qualche annetto, chissà se è passata.

Qua a Bologna l'ipotesi di Beppe Maniglia sindaco prende sempre più corpo. Lo confermo ufficialmente: io, Delbono sindaco non lo voto, per ottimi quanto impubblicabili motivi. E visto che non voto a destra, e che non andare a votare mi fa l'effetto delle unghie sulla lavagna, temo di non avere alternative.
Bè come direbbe Libero, almeno ha la
chitara.

Ho scoperto anche a cosa servono davvero i bambini. L'ho scoperto ascoltando musica con Ulisse, sentendo il suo sorriso entrarmi dritto al cuore, riempire ogni vuoto di grigio ed umido e scaldare dal coppino fino al pollicione ogni centimetro epidermico a disposizione. Ma non ha senso che io lo scriva qua, lo sappiamo tutti cos'è l'abbraccio di un bambino, quella maledetta speranza al di là di ogni evidenza, sfacciata speranza, ingenua speranza, vivissima e fortissima speranza -un po' come quando ascolti un coro di tante voci assieme, e ti vengono i brividi anche se non sai com'è.

ricettina del mese: la pappa da svezzamento. cacciare nel bimbi la qualunque, impostare, attendere incantando il pupo e scandire bene: aaaaaaaaam, la pappa! vedi anche: gli elettrodomestici ed il movimento di liberazione della donna, vol. 2.

giovedì, 08 gennaio 2009

Non è vero che poi mi dilungo spesso su un solo argomento

Confermo quanto asserito dal Cinas qualche tempo fa: feisbuc è una gran perdita di tempo. Però è come il sudoku; non l'ho mai voluto affrontare, trovandolo un passatempo fondamentalmente cretino, ed ora mi ritrovo a comperare temperini e gomme per scoprirne il senso logico recondito. Ecco, ancora devo rendermi conto bene a cosa serva; però mi ci ritrovo, e ci sguazzo, e ci perdo preziosissimo tempo.

Tempo che è sempre al centro dei miei pensieri, sia nel senso più prosaico che in quello più filosofico o addiritura metafisico -controllo i tempi di cottura della pastasciutta, spengo il fuoco sotto il sugo, ho già compiuto i 34 anni e sono più i compleanni che ricordo sola che quelli compiuti assieme a mio papà.
C'è il tempo per passare in certosa? Il tempo atmosferico consiglia di tenere a casa i pupi, il tempo della poppata è un'incognita sempre meno variabile, il tempo di infilare il nuovo cappotto rosso (regalo di mamma) e Libero dice: anch'io a trovare nonnoRoberto. Così andiamo io e lui, compriamo i fiori, rosso e giallo, rosa e girasole, ci mettiamo tutto quello che il cuore suggerisce, e ci immergiamo nel giorno più freddo dell'anno nel luogo più freddo di Bologna -è così piccolo, e tanto grande: il suono della sua vocina e dei suoi passi giocosi rimbomba tra le lapidi, nel gioco di corridoi del piano interrato. Guarda mamma, le lucine, guarda mamma, i fiori, guarda mamma, eccoci qua. Si aspettava di trovare un nonno con cui giocare a pallone, a cui chiedere caramelle, ma non sembra deluso di trovarsi davanti ad una fotina. Io mi bacio le dita prima di passarle sul vetro, lui copia il mio gesto, poi canta 'tantiauguriate'. E non c'è il tempo di commuoversi, bisogna cercare una fontana senza i tubi gelati e cercare di non scivolare sui mattoni e correre assieme nel silenzio deserto, avanti e indietro, su e giù, e spazzare e sistemare tutto prima di salutare -ed ho pensato, tornando alla macchina, che prima di diventare mamma non avevo mai sentito l'esigenza di andare al cimitero per sentirmi vicina a mio padre.
Ho sempre preferito ricordarlo nei nostri posti, nei nostri piccoli riti, il giretto in auto sui colli, il camparino, le nostre canzoni. Per la prima volta, grazie a mio figlio, questa piccola cerimonia privata mi è sembrata giusta. E' un momento che ricorderò finche campo, e forse mio figlio ricorderà quando io non ci sarò più.

Anche il cappotto rosso, dettaglio apparentemente trascurabile; l'ho sempre desiderato, senza mai osare. E' la realizzazione di un sogno di quand'ero bambina, ed anche questo ha a che fare col tempo, col passato. Ma è giusto tornare al passato ed ai ricordi e ricorrere ai riti per rinnovare l'amore verso chi non c'è più, e per rinsaldare il senso d'identità -che in me è molto forte, terrigno, al limite dell'esigenza fisica.
Così come è giusto volgere al futuro il pensiero verso chi c'è, qui ed ora.

E penso che cambiare, cambiare idea, cambiare abitudini, stile di vita, gusti musicali, è semplice come prendere in mano un sudoku abbandonato dai nipoti (come innamorarsi e ritrovarsi bimamma in un batter d'occhio). Come sperimentre una nuova ricetta, come ascoltare una persona diversa, come vedersi nuovi allo specchio. Come ascoltare quella voce che ti dice occhèi, basta, giriamo pagina, superiamo le distanze, archiviamo quel che è stato. Restando se stessi. Ed è la cosa più impegnativa.

certosa

Altro regalo denso di significati dall'amore mio, ma questo meriterà un post a parte, quando riuscirò a produrci qualcosa di decente e quindi pubblicabile.
Ho anch'io la mia macchinetta fotografica. 
Ci sono momenti che devono restare.

Auguri a tutti, che sia un anno migliore di quello appena passato, che è stato nel complesso abbastanza una merda.

 Per finire, come direbbe la Cri, musica.

 

giovedì, 25 dicembre 2008

 

(ma non hai nient'altro da fare, la mattina di Natale, che scrivere sul blog?)

Stanotte si è dormito poco, tutti assieme nel lettone, gatto invadente compreso. Le lenzuola strascicate chissà dove, materasso avvallato, freddo da letto da rifare col piumone, da compensare con strati di panni in piena notte.
Uno era eccitato dal Natale, uno era affamato più del solito, uno era tanto stanco da non riuscire, ed io avevo un libro da finire. Anzi due, a dire il vero. Entrambi da piangere, anche se per differenti motivi. Due libri femminili, ma universali. Vabbè, cerco scuse: è che mi piace di notte immergermi in questi altri mondi che sento per un po' miei, ed ogni tanto girarmi a guardare il sonno in bilico dei miei uomini, i loro movimenti, ed immaginare i loro sogni -altri mondi ancora, molto più miei, molti dei quali nostri.

Alla fine, a Libero abbiam preso la chitarra nuova (finta), col microfono. Quell'altra s'era rotta, e come microfono ormai usava di tutto, un vero e proprio richiamo; vorrà dire che l'aspirabriciole ce lo teniamo per buono ad un altra occasione.
A Ulisse, mamma degenere, non abbiam preso niente (è colpa mia, che ho rimandato fino all'ultimo e poi, davanti all'espositore dei giochini scemi, ho detto: ma valà che è piccolo, poi è pieno di quelli vecchi.... a volte riesco ad essere veramente poco carina).
La casa è piena di lucine, decorazioni, luce e calore. La casa è piena, punto.
Oggi tortellini, nipotame, giornatona di festa per chi ama la famiglia ---io la amo, precisamente, e specialmente nelle feste.
Speriamo si faccia una bella bestia, saran comunque tante chiacchiere, saremo in tanti bimbi ed è una fortuna grande (devo ricordarmi di ricordarlo a mia madre, che lo sa anche se non lo dà a vedere, che si farà il primo natale senza la nonnabis a fare da capogenerazione).

Volevo fare gli auguri a tutti quelli che sono passati di qua, a quelli che passeranno, agli amici cari che ho in giro per la rete ed anche ai perfetti sconosciuti che sono capitati qui cercando "massaia bolognese carrarmatini rossi fritti".
Soprattutto, vorrei augurare buone feste a chi è triste, e magari si sente in colpa ad essere triste perchè la tristezza è egoista e così si sforza di spremere un sorriso, e poi un altro, per poi scoprire che di sorridere ne vale comunque la pena -anche se il magoncino resta sottopelle. Perchè diciamocela tutta, è abbastanza normale essere tristi a Natale, quando l'assenza -di quel che s'è perso, di quel che non si ha mai avuto- pesa in maniera speciale. Poi la presenza ha il sopravvento, ed è la vita.

Auguri.

postato da: radiobeba alle ore 10:49 | link | commenti (19)
categorie: sentire
lunedì, 15 dicembre 2008

Perchè è di amore che si tratta.

vicolo stretto
Da sempre penso che la strada sia la migliore metafora dell'esistenza, con tutti gli stereotipi del caso: l'importanza del viaggio (la meta è una per tutti), di fare soste, di rimirare il paesaggio e di prefiggersi tappe ragionevoli.
Mi piacciono tutte le strade, le sterrate a bordofossi ed i lunghi rettilinei delle zone industriali, quelle conosciute a memoria e quelle tutte da esplorare; mi piace percorrerle a piedi, con la fiatella di condensa tra il bavero e la sciarpa tirata su, ed il freddo che sale dai piedi, ma mi piace anche in macchina, con l’odore dell’asfalto d’estate e le distese di papaveri improvvise, o in bicicletta tra le foglie che crocchiano e volano attorno come coriandoli. Ci piace persino col passeggino, verso l’edicola o verso il parco, o verso qualche nuova straordinaria avventura: la strada ti porta, e portandoti non annoia mai. Ci sono scritte sui muri e cacche per terra, legnetti di rami spezzati e volantini incollati a strati, luci di tanti colori, sottopassaggi, segnali a cui prestare attenzione, persone di ogni foggia e colore.
Molta più varietà che in tivvù. 
 
Insomma, non è la strada che spaventa: è questa maledetta pioggia che ha rotto i maroni.

Così, sono quasi sempre in casa. Qualche avventuroso giro spesa, brevi sortite coi pupi approfittando delle ancor più brevi tregue meteo, e che ci voglio fare, in fondo con due bimbi piccoli era abbastanza scontato. Quello che non avevo messo in preventivo era la dose di sclero che si accumula nell'isolamento, e di come si finisca per concentrarsi nel proprio ignorando l'altrui. Insomma, se fino a pochi mesi fa temevo, col secondo maschio, di diventare la classica mamma spaccamaroni che dice sempre di no, ora non solo ho la certezza che ciò avverrà, ma sento che sto trasformandomi pure nella ancor più classica compagna spaccamaroni in pieno stile della bassa, con tanto di batticarne minaccioso sulla mensola dell'ingresso.  Ora, il ruolo mi si addice per vena polemica e permalosità intrinseca, ma non è che sia proprio quello che volevo diventare da piccola; inoltre, nonostante l'isolamento e la regressione da gugu e bellobello, non è che abbia perso di vista ciò da cui tutto questo è nato, ossia l'amore profondo e totale che mi ha fatto vedere (in un solo momento) fiducia famiglia complicità e passione. Non sono portata per le dichiarazioni d'amore in pubblico, anche se in realtà il precedente c'è ed è uno dei miei ricordi più dolci.
Però forse dovrei smetterla di affidarmi alle crostate e dirlo qualche volta quel "ti amo" che tutto impregna.

Non so se avete presente queste strisce. A me sembrano una genialata perchè diciamolo, quanti di noi non si fanno abitualmente i film? Eccovene una mia versione recentissima, tra le mille solo nell'argomento figli&affini.
C'è Ulisse in piena preadolescenza; non vuole andare ad una festa dai cugini "perchè sono il più piccolo, ecco, e poi mi hai dato questo nome del cazzo!". Così gli cito il fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza, e gli spiego come il personaggio di cui porta il nome rappresenti la suprema tensione dell'uomo verso il giusto, per non parlare poi del multiforme ingegno e dell'evidenza del suo successo con le donne; così lui finalmente capitola, e mi ringrazia di avergli dato un nome tanto interessante. Si scusa persino di aver detto cazzo, ahah, con cotanta mamma.
Infatti poi *puf* mi sveglio, anche lui si sveglia, e finisce così film e post.

sabato, 06 dicembre 2008

Donne e motori

Da casa si sente il rombo delle Ferrari, a farci caso -lo sapesse Luigi... siam sottovento al motorsciò.
Proprio su questo computer appaiono immagini di gnoccolone chilometriche struscianti carrozzerie assortite, l'occhio che le ha fissate mi vede più bella, e so che se lo dice è perchè lo pensa.
Io, preferisco non pensarci, alle gnoccolone, allo stesso modo con cui evito lo specchio. Non che mi veda brutta, è che è come guardare il lavello pieno o i rozzi di pelo negli angoli di casa: mi manca il tempo, non è importante ora.
(O forse è importante, ma non si può avere tutto dalla vita)
sfregio seicento
La mia macchina mi somiglia: piccola, ammaccata, incasinata, indistruttibile. Alla fine ti porta sempre dove si deve, ma bisogna non esserne mai così certi da darlo per scontato.
Ieri sono stata a Faenza ad accompagare un'amica che doveva ritirare la sua dal carrozzaio, appena incidentata nei primissimi giorni di una nuova gravidanza, con comprensibili conseguenti ansie. Fiumi di cose da raccontarci, rassicurazioni da assicurare e sogni e speranza da contagiare. Siamo in autostrada, corsia mezzi lenti, quando da un cabinato che trasporta vetri salta sù quello che pare un cartone, ma mentre mi rotea proprio davanti al parabrezza m'accorgo che è compensato, e bello spesso pure. Freno e sterzo decisa e delicata, già rassegnata ad un impatto che sembra inevitabile. Poi il compensato incredibilmente s'appoggia di piatto sull'asfalto, a meno di trenta centimetri dalla mia ruota anteriore sinistra. Sono rimasta fredda, uno sguardo ad Ulisse dormiente nel suo ovetto ed uno allo specchietto retrovisore, giusto in tempo per vedere un camion sbandare per evitare il legno -e soprattutto gli occhi giganteschi della mia amica, sbarrati di terrore. "Cazzo, sono io che porto sfiga!", dice, ma le trema la voce. La rassicuro, la sfiga non esiste, e poi se eravamo davvero sfigate a quest'ora non eravamo sane e salve.
Al ritorno la seguo, scende pioggia ghiacciata, il cielo è basso e grigio, andiamo un po' più sostenuti (fa strada lei); siamo nella corsia di mezzo, circa ai 100 km orari, quando un camion gigantesco mi si attacca al culo ed inizia a lampeggiare. Nella corsia di mezzo fila ininterrotta di camion, manco a pensare di riuscire ad incastrare la mia seicento tra quei bestioni in corsa. L'invasato dietro lampeggia, è talmente vicino che posso riconoscere le ditate di unto sulla griglia del radiatore. Finalmente riesco a farmi a destra, e lui inizia a lampeggiare l'auto della mia amica, che immagino in panico, e a suonare il clacson. Noto che ha il patacchino col limite degli ottanta, lo stronzo, ed una gru non chiusa sul cassone. Sento i sudori freddi, ma soprattutto mi incazzo: lo affianco, leggo il numero dell'azienda sulla fiancata e avviso la ditta che uno dei loro mezzi è guidato da un folle, ricevo profuse scuse, alle quali rispondo che non me ne frega niente delle scuse, che lo chiamino e gli impongano di fermarsi. Poi chiamo la mia amica, ci fermiamo in un autogrill provvidenzialmente vicino, lasciamo che il camionista percorra un po' di chilometri lontani da noi prima di ricevere la chiamata del suo capo. Avremmo dovuto chiamare il 113, ma ci tremavano talmente le ginocchia che ci è venuto in mente solo dopo, e poi forse è peggio rischiare di  perdere il lavoro che non una multa; inoltre, il mio scopo era farlo fermare, e basta.
Mi accendo una sigaretta, mentre il cuore riprende a battere normalmente;
ci stringiamo la mano, un sorriso di quelli tirati fuori a forza.
Sotto sotto, penso, forse un po' di sfiga addosso ce l'ha davvero, povera stella.


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e programmato per autodistruggersi tra circa venti secondi, diciannove, diciotto...

 

postato da: radiobeba alle ore 18:31 | link | commenti (17)
categorie: on the road, amici, sopravvivenza, resistere
mercoledì, 26 novembre 2008

Piccolezze

Cazzate. Non commentai, a suo tempo, la notizia che Vladimir Luxuria avrebbe partecipato all'Isola dei Famosi. Non seguendo il target, non critico; lo presi semplicemente come l'ennesimo segno della ricorrente apocalisse dei costumi, come la Carfagna barbarica, il Vinavillarismo, Cesare Cremonini cantautore, e l'happymeal con gli animali in via d'estinzione -il prossimo pupazzetto sarà il metalmeccanico, probabilmente.
L'assiduo ascolto di Radio Capital me la rese familiare, dai tempi in cui duettava con la Mari Cacciola, ed ho potuto apprezzarne l'intelligenza autoironica e composta, al punto da farmi meditare più volte sulla magia dell'unione di due sessualità in un unica personalità, una sorta di summa del meglio delle due categorie.
Alla sua vittoria al reality resto però un attimo colpita, senza sapere bene il perchè. Mi permetto un consiglio all'incensata regina degli atolli: devolga la compagna Vladimir parte del suo premio in danaro al povero bidello secondo o terzo classificato. Sarebbe il gesto che chiude il cerchio, la ciliegina rossa. Scardinerebbe un tabù molto più profondo: passi comunista, passi transgender, ma la generosità sarebbe davvero troppo.

Dettagli. Essendo io una personcina gentile, per indole e per tornaconto (avete mai fatto caso che la gentilezza premia talvolta chi la riceve, ma sempre chi la fa?), ho da sempre la buona abitudine di ringraziare ed augurare buon lavoro a chi mi fornisce un servizio. Credo se lo meriti chiunque, a meno che non sia palesemente sgarbato o maldisposto (in quel caso l'indifferenza prevale sul desiderio del cazziatone, essendo sempre propensa a scusare una giornata storta in chi mi sta di fronte -sempre d'indole, ma anche ragionata teoria sul risparmio delle energie).
Sta di fatto che quando vado col piccolo, succede una cosa strana. Io dico: buon lavoro. E l'interlocutore di rimando mi risponde in automatico: Anche a lei, per poi però correggersi subito dopo, con un sorrisino cazzuto in volto: bè, a lei no, allora buona giornata. Oh, tutti vè: saranno capitate forse due eccezioni, non di più, è oramai un irritante leit motiv.
Che cazzo vuol dire? Che visto che sono a casa dal lavoro cossiddetto ufficiale, quello da cartellino (o da tornello, che va tanto di moda), mi gratto le ascelle da mane a sera? In tutta onestà, sono tante le volte in cui rimpiango l'ufficio, le responsabilità diverse, la conversazione adulta; quando tornerò, a maggio, non caleranno certo gli impegni domestici, ma avrò almeno uno spazio mentale differente -e potrò stare seduta! Per ore! Senza strilli! E mangiare poket coffee senza nani invadenti a reclamarne parte.
Io non voglio annoiare nessuno con l'elenco delle mansioni da privilegiata in maternità: solo a pensarci, alla fine della sola voce "pulizia" già son stanca, e non c'è niente d'avvincente nella centrifuga delicata e nel lavaggio del naso.
La prossima volta, giuro, rispondo male. Son dettagli, è vero, ma fanno mucchio.

Cose che fanno piacere. Anche l'altra mia sorella ha deciso di aprire un blog; vi farà piacere sapere che ho finito le parenti prossime, a meno che non impazzisca mia madre. Mi piace questa cosa d'essere stata l'elemento contaminante, in questa avventura che è conoscersi, parlarsi, comunicare. Mi piace pensare che le persone, anche quelle alle quali più vogliamo bene, non si finisce mai di conoscerle: ed è bello avere questo nuovo canale con cui avvicinarmi a loro -un po' come scoprirle di nuovo, in un certo senso.

 

 

 

postato da: radiobeba alle ore 22:12 | link | commenti (22)
categorie: sentire, sopravvivenza
lunedì, 17 novembre 2008

Siamo in ballo

.... e quando si è in ballo, non resta che ballare.
Usciti vittoriosi dalla varicella, piombiamo nell'abisso catarroso della complicanza; Libero ha tosse, muco sparso e male alle orecchie -con alti lamenti: naso spocco! mani spocche! mamma, maleeeee.... Roba da stringere il cuore. Anche il papà è raffreddato, ma soffre in silenzio e spera che non piova, senza gran successo invero. Io respiro ancora bene, in compenso ho la schiena bloccata e non è un handicap che posso permettermi d'ignorare -pensavo di cercare un paranco su e-bay, per i momentacci serali.
Ulisse ci osserva dall'alto della sua sdraietta, il nostro buddino da salotto, sempre in attesa di uno sguardo che gli si posi addosso, o addiritura (eventone) di due mani che lo sollevino ad una nuova prospettiva del mondo; è molto accomodante per fortuna, del resto è un vizio di famiglia.
Spero sarà abbastanza saggio da imparare la pazienza, io devo ancora riuscirci e a volte farebbe comodo più di un massaggio al voltaren.

Prima ci siamo visti Billy Elliot, tra un consolino, una poppata ed un compromesso -tutti sul divano, con i cuscini le tre coperte la puzzola ed il tubo, ma senza aspirapolvere, sennò dove lo mettiamo Ulisse amore? Ci incastriamo, riposiamo un po', ci facciamo le coccole.
Ora sembra stare meglio, mi fa due piroette e dice:
"ballo, mamma". Bravo amore, impara a ballare.

 assieme 
 

postato da: radiobeba alle ore 18:25 | link | commenti (13)
categorie: sopravvivenza, resistere
mercoledì, 05 novembre 2008

Cosa è questo?

E' la frase del mese, la fase del momento; cosa è questo? E' un trattore, amorebello. E' una farfalla, è l'orsetto di Spotty, è il pippo di Ulisse, è la macchina del pane. Questo è uno stronzo, pardon, un bruffaldino, ma lascia stare il giornale* e vieni a vedere che buffo tuo fratello che gioca con la palestrina, guarda come ride. Da un giorno all'altro il suo vocabolario si fa ricco, le sillabe si affinano, le parole si fanno magia: tutto un mondo da nominare, ed è una responsabilità grande ma meravigliosa.
E' a casa da scuola, ovviamente al 14° giorno son comparse le ormai familiari pustole, ma il peggio è passato -e non è stato particolarmente virulento; il più è tenere impegnare queste fertili menti, e queste volenterose mani.  Musica, libri, giochi e impasti: la casa odora di lievito, e gronda coccole come latte tra le lenzuola.   

Stamattina cercavo questo video, e la domanda è arrivata puntuale: cosa è questo?
Questo è un uomo, Libero. Questo è tempo nuovo, è speranza, è quella che si può definire una svolta.
Se quando sarete grandi l'uguaglianza tra le razze sarà data per scontata, sarà dovuto anche a lui.
Ma lui non guardava mica Obama, lui guardava le bimbette. Già avanti anni luce, questi figli.

Noi mamme, invece, si fa quel che si può. Il giovedì dei migranti, i nostri incontri interculturali al nido, diventano un progetto da mostrare alle altre scuole, da portare ad esempio. Non è stato facile per me e Michela limare le parole da usare, sabato: avremmo entrambe voluto polemizzare con le ultime uscite del governo mignottocratico** e razzista, ma non c'è parso il caso di esagerare in un'occasione propositiva come questa. Se avete voglia di contribuire alla stesura ogni consiglio è ben gradito, e rimando ai commenti.

Sempre della serie si fa quel che si può, segnalo l'iniziativa delicata e discreta di mia sorella, nel suo stile come sempre -io l'adoro, per questo. Non è il momento di rassegnarsi, proprio no.  
Tra lei, mia madre e la fidata cugi, facciamo quattro nuove lettrici dell'Unità -diciamo quattro lettrici meno sporadiche del solito, che c'è l'austerity -anche se io non rinuncerei ad emme, che mi pare un genere da tutelare come specie protetta. Strano ma vero, non ci siamo mica messe daccordo, nonostante ci si senta praticamente tutti i giorni; ci ha spinto la stessa curiosità verso la Concita, ed è stata una conferma a tutto tondo. Ve lo dico anche perchè domenica c'era un trafiletto che segnalava il blog di casalingaprecaria, e quanti di voi conoscono cipì non possono che trarre conforto dal fatto che esista una redazione di un quotidiano nazionale che sbircia cotante menti.  

A ben pensarci, la cosa migliore della vittoria di Obama è che fa sembrare un ideale qualcosa di molto meno ridicolo.
(anche nella nostra italietta in mano ai fascisti)

 

* titoli di oggi. Petruccioli: Maroni mi ha promesso che troverà i responsabili del vile assalto alla rai.
  non abbiamo dubbi che gli sarà semplice, visto che li conosce ad uno ad uno.

** finalmente svelato il mistero di Guzzanti padre paladino della competenza ministeriale: il carcere per chi va a puttane mal si concilia col suo personale concetto di libertà. 

 

postato da: radiobeba alle ore 18:05 | link | commenti (9)
categorie: intervallo, sentire, sopravvivenza, resistere
venerdì, 24 ottobre 2008

Parole

Nessun dialogo con chi dice che sono un dittatore.
Quiz della settimana, quale figura retorica nasconde questa frase?


La biblioteca è la stessa di quando ero bambina, c'è persino chi si ricorda di me. Questa volta son salita anche nella sala al primo piano, un tempo era tutta lì, fitta fitta di scaffali, molto meno ariosa -è tutto nuovo a cominciare dagli infissi, con zanzariere e doppi vetri; ricordo che guardavo i piumini dei pioppi entrare d'estate dalle finestre aperte, fino in mezzo alle mie storie di signorine inglesi fine ottocento, con rilegatura in finto marmo e bordo in tessuto.
Chiedo alla bibliotecaria gentile se ci sono ancora, risponde che no, certo che no, sono passati anni ed era roba vecchia già all'epoca. "Lei me la rivedo bene sa? Coi capelli biondi biondi a caschetto, c'è stato un periodo in cui veniva sempre". Si, poi feci cadere i libri a prestito nella vasca da bagno. Ancora il computer ricorda le mie malefatte, ma hanno chiuso un occhio.

Ho parlato con la coordinatrice del nido, Enrica, sezione donne toste. La sua ferma dolcezza mi sorprende sempre di più, ogni nuovo incontro è una nuova confidenza e ciò che scavando emerge conferma ed amplifica l'iniziale fiducia. Si parlava della situazione politica, della scuola, delle famiglie; di quanto sia difficile trovare persone che si impegnino, al giorno d'oggi, e diceva che abbiamo ciò che ci meritiamo.
Lei è della generazione di mia mamma, forse per questo capisco bene lo smarrimento davanti alla ridicola fine di tante conquiste faticosamente ottenute; forse per questo le ho domandato cosa possiamo fare, noi minoranza, noi cittadini, noi custodi di futuro, per non lasciarci soggiogare dalla melma.
E lei mi ha risposto: tu ce l'hai un terrazzo? Hai un giardino, giusto, ancora meglio. Nel tuo giardino ci pianti qualcosa, lo curi bene, vero? Ecco, immagina che ognuno si faccia il suo giardino in terrazzo, sul tetto, nell'aiuola del marciapiede come Marcovaldo, dove può. Dopo un po' la città cambierebbe il suo aspetto, non credi? Ecco, continua a curare il tuo giardino, raccogline i frutti, e spandine i semi.
La controinformazione è una parola enorme, in fondo si tratta di tanti piccoli semi sparsi per il quartiere, per la città, per l'etere. Tante foglie parole, rami pensiero, tanti piccoli ponti, che congiungono giardino a giardino.
Mi è sembrata una metafora su cui lavorare. Dobbiamo tornare ad occupare gli spazi vivi, dove la gente si ritrova, dove fluisce libero il pensiero. Dobbiamo fare del nostro meglio, che il nostro piccolo non è mai poco finchè ci sono altri piccoli da coltivare.

Di questo m'ero fermata a pensare, confusa, tra la sezione puericultura e scienze sociali, dimenticandomi della bibliotecaria ancora al mio fianco.
"Fa sempre un certo effetto pensare al passato, specialmente in una biblioteca", mi ha detto con la faccia furbetta.
Forse perchè i libri sono sempre lì ad aspettarci, coi loro semi più o meno ricchi. Tranne quelli per signorine -ma questi, del resto, non sono certo tempi per signorine.

martedì, 21 ottobre 2008

Abbiamo un futuro già vecchio
giù le mani dai miei figli

Conto gli amici, pitturo cassapanche, macino lavatrici di biancheria, preparo un risotto ed una torta con la cioccolata. Semino coccole, leggo le notizie, sento le emozioni.
Ascolto il respiro dei miei uomini ogni notte, li riconosco uno ad uno, per loro scrivo le mie parole più dolci su quaderni dalla copertina bisunta (mangio sempre).

Ad Ulisse è venuta la varicella, a quanto pare in forma non troppo fastidiosa; ridacchia quando lo bacio all'angolo della bocca, forse l'unico punto del corpicino senza pustole in via di crostificazione, mangia e caca con rumorosa soddisfazione, non ha febbre, dorme quando deve. Un cucciolo minuscolo eppure tanto forte, lo sguardo già aperto al mondo, corrugato, intenso,pronto a tutto. Libero per ora sta bene, benissimo, un vero despelote; il mio bimbo tutto d'oro saltella e canticchia attaccato alle gonne, presto probabilmente pustolerà pure lui, sarà un'avventura temo.
Sono contenta di avere un amore grande da abbracciare a inizio dell'inverno, tanto futuro per cui incazzarmi, e così tanto da fare per domare i neri pensieri.

Penso alla Storia con la esse maiuscola, quella che ho studiato alle elementari, che mi sembrava una cosa lontanissima finchè non contavo le generazioni e mi rendevo conto di quanto poco mi separasse dal medioevo, o dall'Italia unita; e realizzavo che in pochi punti del mondo e per poco pochissimi fortunati periodi  c'era stato il tempo di diventare nonne senza una guerra di mezzo.
Poi ho avuto maestri peggiori, ho avuto l'immediato passato ed il pressante presente a riempire la testa e le giornate, ho lasciato la scuola per lavorare. Non ho perso la curiosità innata, quella instillatami da due ottimi maestri e da qualche buon professore, oltrechè da una famiglia intellettualmente vivace. Mi è rimasto il vizio di imparare, o perlomeno di provarci, con tutti i miei noti limiti -ma con maggiore esperienza. Si va a scuola tutta la vita, non si finisce mai.
Però bisogna aver avuto dei buoni esempi da piccoli.  E buoni compagni di strada poi***

Annuso l'aria e gli umori, e non riesco a non temere il futuro, proprio io che ho sempre masticato speranza fino al confine dell'ingenuità; tutti i miei sensi, dal raziocinio all'istinto, sono tesi a cogliere segnali. Ogni segnale accende una lucina, collegando le lucine si vede il disegno, ormai è chiarissimo e se lo vedo io vuol dire che lo vediamo in tanti, ma tanti che non sono non abbastanza
(dice Serra che bisogna rassegnarsi, che l'avanguardia è sempre una minoranza)
 

Special thanks to Cugibugi per il ruolo di parente consolatore e brontolone nei meandri del pronto soccorso pediatrico. 
Una volta, tanto tempo fa, quando ero ancora una scavezzacollo impegnata a saltare fossi, ore di sonno e morosi, presi una mattina di permesso dal lavoro per accompagnare la mia adorata cugina ad un'ecografia -vedemmo la Robbi per la prima volta, faceva ciao con la manina, lo ricorderò tutta la vita.
Per dire che l'amore e la solidarietà hanno radici profondissime, e che a sradicarle non ci riusciranno mai.

postato da: radiobeba alle ore 13:11 | link | commenti (13)
categorie: sentire, sopravvivenza, resistere, donne toste
domenica, 12 ottobre 2008

 

Cronaca locale

Questa volta non vi parlerò dei fatti miei. Questa volta vi risparmierò la cronaca cruda e impietosa delle meraviglie della doppia maternità (però ci lavoro sopra, ho iscritto Ulisse al corso di massaggi, ho nuove redattrici per il giornalino del nido, cerco di non lasciarmi sopraffare insomma).
No, a questo giro ho deciso di raccontare qualche resoconto di prima mano sulla clamorosa (?) decisione del nostro quasi ex sindaco, ovvero quella di non ricandidarsi.
Si mormora di sondaggi sfavorevoli, di scuse, come se veramente l'idea di un uomo che fa una simile scelta per un figlio sia un'eresia. A me non importa se sia un pretesto o meno (propendo per il no, soprattutto perchè un seguace di Tex Willer non dice le bugie).
E' uno splendido precedente.
Pensateci: un uomo sulla sessantina, con una professione che è anche una passione, che rinuncia ad un proprio progetto personale per non dover impedire alla moglie di abbandonare il suo lavoro, o costringere il figlio ad un estenuante pendolarismo; non è meraviglioso? Io lo capisco, sul serio, soprattutto pensando ai buchi nella schiena che deve averle fatto quella santa donna genovese, che con uno col caratterino del Coffi bisogna avere una gran pazienza a sopportarlo.
Dicono esponenti del suo comitato elettorale che non ha soddisfatto le aspettative, non perchè abbia lavorato male ma perchè non ha sufficentemente "promozionato" ciò che è stato fatto, e di questi tempi son dimenticanze gravi. Dicono alcuni dell'estrema sinistra che è meglio un sindaco di destra, ma non è la prima nè sarà l'ultima delle puttanate dette dal Monteventi di turno.
Io penso che per fare il sindaco di una città bisogna amarla, perchè ci vuole davvero una gran voglia per star dietro a tutto e a tutti, ma in una città come Bologna, con un alto tasso di partecipazione e di scassamaronismo, bè, bisogna avercene davvero a balùs -e con essa il tempo, che è bastardo e tiranno e che i bimbi risucchiano più che mai.
Quindi capisco, approvo e condivido, nonostante tutto (nonostante a me in fondo il Cofferati sindaco piacesse, pur con le riserve del caso).
Ora però è il momento di pensare al domani, perchè non sia come l'altroieri (la Bartolini, brrrr...), e di proporre nomi seri, affidabili e convincenti.
Boccerei Delbono perchè ciò che so di lui non mi piace, prenderei con riserva Merola che conosco poco ma ci si può lavorare, e forse (ma solo perchè è donna, ed attenta ai servizi), persino la Scaramuzzino; anche se il candidato migliore sarebbe indubbiamente Cevenini, che a me decisamente piace, ed inoltre ha maritato un sacco ed una sporta di bolognesi, il che garantirebbe un bel po' di voti in più (sembra stupido, ma è così).
Sarebbe, condizionale d'obbligo; perchè nella corsa alla poltrona più rossa d'Italia, al di fuori dai partiti e dalle ideologie, si presenta un outsider di tutto rispetto e considerazione: Beppe Maniglia.     Eccolo qua: maniglia beppe



notare, prego, nell'ordine i seguenti dettagli:
- pacco rinforzato con calzino e/o cotone
(tendente a destra, ma forse è un caso).
- coppia d'umarells d'ordinanza, detti "i ragazzi" -ovvero i bodyguards.
- amplificatore montato sull'harley d'annata -e dannata-, dai quali il celebre motto locale "ehi beppe!! smorza il volume!!!!!"

Il nostro eroe si esibisce in piazza Maggiore quasi ogni domenica, strimpella le stesse note sulla stessa base da secoli, ed era famoso perchè scoppiava le borse dell'acqua calda a fiatoni (vedere per credere).
Il suo slogan elettorale è: le cose che dico, le faccio. Uno dei suoi primi progetti è quello di "fare il mare in piazza maggiore, così ci possono andare anche quelli che non hanno i soldi". Eh, poi i vecchi con la bici ed il cappello dove vanno a concionare sul mondo?
Nei commenti magari vi metto pure il suo programma completo, ma prima è meglio se vi fate due o tre cicchetti di quelli seri -che tanto di questi tempi due o tre cicchetti è meglio farseli a prescindere.

 

(ci hai fatto caso a quanto sono belli i bimbi, quando dormono?)

 

mercoledì, 01 ottobre 2008

 

Family manager

Eh, sembra proprio che in giro ci siano solo schienati. Ci hai fatto caso? Si lamentano tutti, dico gente che lavora, gente perbene mica i disperati. Che una volta al massimo sentivi la casalinga con prole accennare un "sa, con uno stipendio solo si fanno un po' di sacrifici", ma intanto i figli andavano dal dentista e si metteva da parte la piccolacifra tutti i mesi. 
Adesso non c'è più nessuno che non abbia un debito, qualche arretrato, se si ha fortuna un mutuo per la macchina o la casa.
Ascolto le chiacchiere da quattro passi cercando di non puntigliare sulle generalizzazioni, ascolto e basta, penso agli esempi miei e taccio. Noto però che non si può più fare un giretto vetrine, persino qua in periferia; ci sono solo banche, isolati di moderne costruzioni mattoni a vista e vetri neri dove specchiarsi -sarà una strana coincidenza, ma io con gli schienati ci trovo un nesso, e non è solo il rifesso.

Immagino famiglie di disperati nostrani e/o stranieri occupare quelle nere vetrine, colorarle di gerani e panni stesi e tricicli scassati; in fondo, questa recessione incombente, questo clima da crollo imminente ha perlomeno il pregio di fomentare la fantasia, specie se allenata da anni di tascabili urania.
Non lo so se il sistema economico basato sulla fuffa stia realmente implodendo, temo di si e temo soprattutto sia legato alla catastrofe ecologica in corso, dall’esaurimento delle materie prime agli sconvolgimenti climatici.
So benissimo che a pagare lo scotto di questa scandalosa mancanza di lungimiranza saremo noi dei piani bassi –eppure, eppure il sorrisino perfido mi scappa senza raziocinio, col piglio sciocco del “io l’avevo detto”, e sotto sotto godo nel pensare ai venditori di fuffa nel panico, coi loro sistemi misteriosi di girare soldi inesistenti, mentre conto da formichina gli spiccioli per il giornale e la settimana enigmistica.
 
Con la mia amica ci lamentiamo di ben peggiori miserie, i mal di schiena e la salute, e i bimbi che bravi e che pesti, e col lavoro lui come va? Eh, siam tutti stanchi. Ho fatto il cambio dell'armadio, io ho da dipingere una cassapanca, color ciliegio, che bello. 
Ma ricordi qualche anno fa le partite di ramino fino a notte fonda, e adesso chi ne ha più tempo, e voglia forse persino; si cambia, per forza, spesso in meglio. Ora siam ridotte a lamentarci delle montagne di rusco domestico, ogni giorno ti rendi conto? Sacchi pieni di carta e plastica, sacchi puzzoni di pannoli, ed il biologico che si spappola; ridiamo delle rispettive bassezze ricordando quando le nostre madri sfrantecavano i maroni perché cambiassimo la carta igenica in bagno, ed anche a te viene in mente ogni volta che sbuffi nel farlo?
Certo che star dietro ad una famiglia ci vuole una stratocazzo di organizzazione, si riempie e si svuota, si lava e si sporca, ogni giorno sempre uguale eppure sempre con quel brivido dell’imprevisto: un po’ family manager, ah ah. Da vantarsene coi cazzoni dietro i vetri neri.

(A volte, e a volte no; a volte riesco a provare orgoglio per tutto quello che riesco a fare, e felicità totale nel puro amore che mi circonda. Altre mi sembra di non avere alternativa, e quindi tutto quello che posso perde un po’ di spessore. Pedalare controvento è per testoni appassionati.)

Sai, mi ha fatto il suo primo sorriso. Ed anche il secondo.
Il grande invece fa il grosso, ma la sera se lo accarezza come se fosse un bambolino, e dovresti vedere la sua espressione incantata.
Bè si, sono felice. 
 

postato da: radiobeba alle ore 11:23 | link | commenti (27)
categorie: sentire, sopravvivenza, resistere, donne toste
domenica, 07 settembre 2008

A casa
più sopravvivenza che mai

Si diceva, questione di culo.
C'è voluto un mese per tornare a casa, causa una spiacevolissima infezione post operatoria. I dettagli purulenti li dimenticherò in fretta, ma il male lo ricorderò per un bel po', ed anche la rabbia impotente di chi vorrebbe fare per due (per tre, per quattro..) e si ritrova a valere meno della metà.
Bè, volevo un Ulisse? Mi son dovuta pigliare pure l'odissea, mi sembra giusto, così archivio e passo oltre -ma non sorvolo sulla tristessa dell'assistenza sanitaria ricevuta, impietosa impersonale e improvvisata; salvo giusto l'ultima dottoressa, quella che finalmente s'è decisa a darmi gli antibiotici.
Ora, incrociando anche le dita dei piedi, sto meglio.

Nel frattempo è morta mia nonna, chi è passato da Pierosky già sa, ed ha potuto leggere parole sincere. Per nostra madre è stata una presenza ingombrante, indisponente e problematica, da sempre e ultimamente più che mai; ma credo proprio per questo il vuoto che si lascia dietro la sgomenta ancora di più. Noi lo abbiamo riempito di strilli, ruttini e medicazioni, si è dovuta prodigare nell'assistere la vita, mentre pensava avrebbe passato mesi a soccorrere gli ultimi strazi di malattia -ma esiste pietà, da qualche parte, nell'universo; il declino è stato molto veloce, e fino all'ultimo la nonna ha fatto quello che le è parso, esattamente come è stato per tutta la vita. A me restano ricordi buffi e consigli da non seguire, ed una saga che prima o poi forse varrà la pena di raccontare; e solo il rimpianto di non averle chiesto di darmi i numeri del lotto, so che le avrebbe fatto piacere.

Una ruota, una ruota che gira, niente di più e niente di meno. Tutto molto prosaico, in fondo, nascere e morire tra merda e sangue, dolore e gioia, lacrime e sudore: tutto molto umano, molto distante dalla realtà fittizia che ci circonda. Siamo zuppi di vita, pigolante e squillante, ho i seni gonfi di latte e la schiena che tira, il magone mosso che s'alterna all'esaltazione, mentre guardo i miei splendidi pupi sani e sereni, nonostante gli scossoni del viaggio.
Due candeline sulla torta fatta dal cuginame, un complemese di sorrisi e sguardi languidi, godiamo il frutto delle nostre fatiche più che si può, più che si riesce, che il dolce sta tutto lì.

martedì, 12 agosto 2008

Prima di casa ---è approdato Ulisse.
Dalle finestre entra aria di un caldo feroce, e per fortuna che ci siamo fermati qualche giorno a casa di mia madre, che è più fresca della nostra. Cammino a piedi scalzi come quando ero ragazzina, ora che ho due figli –e sembra strano, proprio adesso, tornare a fare la figlia per un po’. Dico grazie molto più di un tempo, grazie per le zucchine ripiene e grazie per il pannolo della notte, per le lenzuola pulite e le canzoncine coi pupi e soprattutto grazie per esserci e basta.
Dopo solo due giorni dal cesareo l’ospedale mi ha spedito a casa, con mio grande sconforto. Anche nel caos sovraffollato d’agosto, la presenza di medici ed ostetriche, per quanto affannate e distratte, ha qualcosa di indubbiamente rassicurante; specie quando si ha del male addosso.
Col senno di poi, è andata meglio così; ho un’assistenza cinque stelle, personalizzata ed amorevole, e posso stare anche con Libero che è sempre più meraviglioso –però che strazio, che pena questa sanità, non si rovina un’eccellenza per tagli all’organico anche perché le cicogne non vanno in vacanza, anzi.
 
Il fratellino è bello che non ci sono parole per dirlo, coi capelli color bronzo e gli occhi grigi già pensosi, volti all’orizzonte più remoto, con le sopracciglia chiare chiare e fini, ad ala di gabbiano, che sembrano un invito a partire. Poppa, fa la nanna, caca e fa uè uè: straordinario vero? Profuma di pesca, e pare dotato già di una spiccata, per quanto primitiva, personalità. Sto imparando ad ammirare la feroce determinazione alla sopravvivenza tipica dei neonati, ciò che col primo era puro stupore ora è stupore e conferma assieme.
Guardo con orgoglio ed amore il padre dei miei figli, la tenerezza con cui li accudisce è unica, la luce nel suo sguardo mi colma e mi riempie in una maniera che non ci sono le parole.

Ulisse è piaciuto molto anche al grande di casa, che si diverte ad ammirarne i piedini e ad imitarne i rumori, prima di tornare alle sue schitarrate in terrazza –immaginate un freddy mercury con le mutandine di taz il diavolo della Tasmania, che canta la ninna nanna del chicco di caffè con la “chitara” a tracolla ed un manico di corda per saltare al posto del microfono.. Per un po' forse è meglio fare basta, con questa roba.
Mi ha fatto scoprire che è sì difficile trattenere starnuti, colpi di tosse o crampi, ma è davvero impossibile fermare una risata; se mi salta qualche punto so a chi dare la colpa.

Ho imparato che è impossibile anche frenare il pianto, quando arriva con lo schianto di un tir a spezzare i sogni di un amico –e di suo figlio. Un orrore. Ho visto e rivisto immagini di una crudezza straziante, in un colare di lacrime e latte, nel miscuglio strano di gioia sterminata per Ulisse e profondo improvviso dolore. In questa stessa stanza avevamo deciso di tornare ad essere solo amici e colleghi, senza dubitare per un attimo che avremmo trovato la nostra strada –troppo buoni per essere veri, ho sempre pensato. E ci eravamo riusciti, nel nostro modo complicato, a realizzare ognuno il proprio sogno. Poi basta un attimo.

E se già ero grata prima, ora la sensazione di star godendo di una incredibile fortuna è ancora più soverchiante: ho due pargoli meravigliosi, un amore totale, una famiglia presente, degli amici sinceri. Siamo ricchissimi.
Mi aggiro per questa casa coi pensieri sottopelle, l’abito accartocciato sotto allo squallido reggiseno da allattamento ed Ulisse appoggiato alla spalla, per il ruttino. Questa parete ha visto i miei primi scarabocchi, qua c’era il letto dove è morto mio padre, gli alberi alla finestra sembrano sempre gli stessi –ma erano già alti quando io ero piccina. Però Libero sembra tanto cresciuto, in soli pochi giorni, e non si tratta certo solo della dieta della nonna.
E’ che la vita è questione di prospettiva. E di tempo. Da riempire con amore. E poi tanto, tanto culo maledizione.